Talvolta accadono cose inaccettabili. Talvolta siamo del tutto impotenti e ci lasciamo sopraffare dalla disperazione. Perché non possiamo fare niente. Niente altro che aspettare che passi. E poi cercare di capire l’accaduto. Quello sì. Quello non solo lo possiamo fare, ma dobbiamo farlo. Perché come diceva Hegel, è solo quando si comincia a comprendere quello che è accaduto che ci si riconcilia con la realtà. In fondo, la saggezza consiste in questo: sapere non solo che ci sono delle cose che dipendono da noi e che possiamo cambiare, ma anche che ce ne sono tante altre che non dipendono da noi e che quindi non possiamo cambiare. Fare la differenza tra questi due generi di realtà è il primo passo per trovare un po’ di pace. Capire l’accaduto è il secondo. Evitare di ripetere sempre gli stessi errori è il terzo e ultimo passo. Ma quando si ha l’abitudine di soffrire, decidere si smettere di farlo è forse la cosa più difficile che esista. Perché tante volte è più facile lasciarsi andare al destino cinico e beffardo che cercare veramente di capire i meccanismi perversi nei quali siamo impigliati.



ripetere sempre gli stessi schemi , capire che esistono questi schemi , non riuscire a venirne fuori, provare a ripercorrere i propri passi rallentando, provare a cambiare….ma quando il tuo istinto ti porta in altre direzioni il cambiamento è lunghissimo quasi impercettibile. Sai che devi fare qualcosa per te cerchi di non darti addosso, provi a stare. Il resto per me è tutto da scoprire…cammino ocon tutte le incertezze …buona passeggiata!
E una due delle cose in cui noi giovani cerchiamo di trovare risposta….
La realtà è possibile controllarla?? Quanto dipende da noi l’esito degli eventi che accadono? Quanto è determinabile?
nonostante i buoni propositi che all’inizio di ogni nuovo anno ci riproponiamo, ma è vero, è proprio così, bisogna accettare che delle cose non possiamo controllarle ma provarne a capirne i meccanismi magari si!
bonjour
on a aussi besoin de developer la concentration a mieux faire.cordialment
Penso che a volte ci si culli nella sofferenza anche quando potremmo farne a meno, perchè per tanto tempo la sofferenza è stata una coperta calda, l’unica amica. E quando non si è abituati a vivere in leggerenza, siamo noi per primi a ripercorrere gli stessi percorsi malati. Nessuno ci ha insegnato ad essere felici, nessuno ci ha detto che possiamo meritarla un po’ di felicità.
percorsi malati? o funzionamenti differenti? mi piace di piu la seconda. Ma se si funziona cosi ce un motivo non ci sono folli
Forse non so
direi al tempo stesso differenti e malati, perché il problema non è la loro differenza, ma il fatto che facciano soffrire… è sempre una questione di dolore, mai di “giudizio”
ma che educazione hai ricevuto?
take it easy!
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Lasciarsi andare alla sofferenza, spesso, diventa il male minore… tanto cosa cambia? E, invece, bisogna avere la forza di reagire, anche quando quest’ultima non c’è, bsogna trovarla in noi. So che è difficile a farsi, d’altronde ciò che ci accade non dipende sempre dalla nostra volontà… ci pensano anche gli altr*.
Vous souffrez ? Ca me fait mal de vous savoir désolée.
Je pense à vous
Muriel
Io e Lei siamo sempre sincronizzate…tutte le volte che leggo un suo post mi scorre un brivido lungo la schiena…mi sto chiedendo le stesse cose mentre sto terminando la mia tesi su Hegel.
Un abbraccio
Claudia
tutti vogliamo divenire farfalla
e credo se siamo qui ci sia un motivo …
quoto!
Il y a eu maldone. Je viens de lire sur votre page fb que vous parliez en général. Je préfère ça !
Da anni mi sono convinto che il segreto è tutto qui: amor fati. Esercitarsi, sforzarsi di cambiare il nostro modo di vedere il mondo; e di distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non è in nostro potere. Come hanno cercato di insegnarci gli stoici, quando la filosofia insegnava a vivere.
“Ma quando si ha l’abitudine di soffrire, decidere si smettere di farlo è forse la cosa più difficile che esista”…forse è difficile perchè non conosciamo altro modo di vivere, e buttarsi in una “vita nuova”, buttarsi in quella felicità-ignota fa molta più pura che continuare a soffrire, perchè la sofferenza la conosciamo e forse inconsciamente sappiamo come gestirla, mentre la felicità?…come si gestirà mai una vita felice?…si preferisce una sofferenza conosciuta a una felicità sconosciuta?…
Io non credo alla realtà oggettiva inevitabile. L’interpretazione della realtà è sempre soggettiva, un fatto esiste per te come tu ti poni a guardarlo, con quale atteggiamento lo vivi e quanto riesci ad imparare da quella esperienza. Allora la prossima mossa, che deriva dalla tua coscienza, può cambiare la realtà, che è sempre la tua visione del mondo. E gli altri possono cambiare anche loro, sul tuo esempio, il loro atteggiamento sui fatti, che poi diventa un modo di viverli e imparare dalle proprie esperienze.
Non ci sono fallimenti ma solo risultati!
Love
L
Non è detto che i fallimenti siano sempre un male, né che i risultati siano sempre un bene.
De me fabula…Ho talmente tanto smarronato in mia vita che mi consolo sperando che, a forza di sbagliare, alla fine qualcosa imparerò. Che cosa? A imparare dai miei errori e a non ridere degli errori altrui ma solo dei miei. Ridere o piangere? Dipende dall’errore…
La parte peggiore é stare male per colpa di qualcun’ altro che magari in maniera deliberata ha deciso che tu fossi la vittima giusta. Strani meccanismi che si innescano tra te e il carnefice. Quando ne vieni fuori però sei più forte ma solo la giusta distanza ti aiuta a mettere davvero a fuoco quello che hai vissuto.
sono contenta di leggerti in questo tuo post, che ha una risonanza incredibile per via di quello che sto vivendo.. dalla mia piccola esperienza, che sto affinando sul campo – vivendo e procedendo per prove ed errori, posso dire che una volta riconciliati con la realtà e quindi capito l’accaduto, la voglia naturale che uno ha è appunto di cambiare, di abbandonare il vecchio per il nuovo.. e questo è un passaggio delicatissimo.. richiede molta concentrazione, molto ascolto interiore e un contatto con se stessi continuo, perché è proprio in questo momento che l’IO scatena una serie di meccanismi perversi e trappole che IMPEDISCONO tale cambiamento e ci si trova in circolo vizioso… ma l’unico modo per rompere questi circoli, è quello di cambiare angolazione.. di vedere le cose da altri punti di vista, per smascherare il proprio IO che è refrattario ai cambiamenti, perché è refrattario a perdere il proprio equilibrio consolidato!
anche se faticosa..
CORAGGIO!!! E’ quello che auguro a te come a me: ci vuole semplicemente CORAGGIO!!! E tutto andrà nella direzione giusta
Buona domenica e buon cammino..
Non riuscire a distinguere ciò che possiamo o non possiamo cambiare a volte raggiunge le soglie della malattia: il pensiero fisso di migliorare l’Altro rende “invalida” la percezione dell’Io, dal quale ci allontaniamo perché, come dicevi tu, è più semplice concentrarsi sul dolore esterno che su quello interiore, profondo, radicato…Che però, vuole il caso, è il primo sul quale dovremmo concentrarci per poi “riconciliarci con la realtà”. Dopo aver distinto le due realtà di cui parlavi e compreso l’accaduto…Una sana assunzione di responsabilità verso il nostro benessere è forse il passo che precede l’evitare di commettere gli stessi errori.
E con se stessi? Accettando quello che è accaduto si puó riconciliarsi con se stessi?
La realtà non è forse, prima di tutto, “noi stessi”?
Sì, la realtà è prima di tutto “se stessi”, capire quello che è accaduto, accettare che non si può cambiare il passato, che per certi aspetti il passato non passa
mai, anche se si può cambiare strada e imparare a volersi bene…
visto che ontologicamente anche gli scienziati vedono o numerano o modellano il reale tramite il loro corpo,potrei dire che il cambiamento o il cambio di paradigma avviene per modifiche corporee.ma la mente non domina?se la mente è epifenomeno entropico caotico ad alta turbolenza,chi controlla chi?come qualcheduno scrisse già anni fa,le neuroscienze stanno mangiando tutto.
la narrazione eziologica serve come palliativo,come riempitivo per la nuda e scabra scienza,che non ha dolore dell’uomo,quindi narrare storie serve ed è umano.ma quali?che siamo addolorati per un bambino che muore?è utilitaristico il tutto?serve per farci accettare nella società?è morale?sempre che morale sia gene e non evoluzione,o entrambe o solo pressione storiografica?del resto,freud si pensava come scienziato,oltre che come rabbi.anche se ha anche costruito i miti letterari del 900,insiema a proust e joyce e pochi altri.la domanda giusta è,chi comanda oggi nel sociale?chi costruisce le immagini che poi mangiamo ogni giorno in quantità così elevate?perchè?il disagio della civiltà,ottimo saggio del 29 ,già lo metteva inconto conl’essere sociale,poi sono arrivati anche altri.fino a kahneman,per dire…
Un dubbio: è ancora “passato” quello che ci sta sempre davanti?
E questa frase ora scritta passerà al passato prima di essere letta, o direttamente al futuro. E quando (o se) sarà riletta in futuro, apparterrà al passato o al futuro (sia pur anteriore)?
Un caro (presnte) saluto.
Fulvio
secondo me anche quello che ci sta davanti può essere passato… se lo si guarda con gli stessi occhi che avevamo da bambini…
Dunque il futuro del passato (o il passato del futuro) non è qualcosa di oggettivo, di pre-determinato e di definito una volta per tutte, ma è anch’esso soggettivo, interpretabile e declinabile in diversi modi. O mi sbaglio?
Un saluto da un tardo allievo di Protagora…
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