Fecondazione eterologa, maternità e paternità: il provincialismo culturale dell’Italia

Con la decisione presa dalla Consulta sulla fecondazione eterologa non si potrà più impedire l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita a coloro che, per avere figli, hanno bisogno di ricorrere ad un dono di gameti (ovuli o sperma), e non si potranno quindi più discriminare alcune coppie sterili. Perché d’altronde focalizzarsi sui legami genetici esistenti o meno tra genitori e figli senza accettare l’evidenza del fatto che non è certo il patrimonio genetico che rende una donna “madre” o un uomo “padre”?

Come diceva lo scrittore francese Marcel Pagnol, quando un bimbo nasce, pesa tre o quattro chili. Poi cresce, e mette su i “chili amore” dei propri “parents”, termine che in francese designa i “genitori sociali”, da non confondere con la parola “geniteurs” che indica invece i “genitori biologici”. Ancora una volta, però, l’Italia è vittima di un provincialismo culturale che impedisce a molti di capire che la genetica non potrà mai spiegare la complessità dei legami familiari, e che le questioni “eticamente sensibili” dovrebbero essere affrontate con rigore e lucidità. Ci si immagina che rendere possibile l’inseminazione eterologa significhi trasformare la maternità e la paternità in una sorta di marketing con compravendita di gameti. Si fantastica che il dono di gameti possa introdurre in una coppia il “fantasma dell’adulterio”. Si invoca il primato dell’interesse dei bambini rispetto a quelli degli adulti, ricordando il diritto dei figli a conoscere le proprie origini. Nessuno di questi argomenti, però, è decisivo. Anzi. Basta analizzarli con serenità – guardando anche come gli altri paesi europei hanno affrontato la questione della fecondazione eterologa – per rendersi conto della loro inconsistenza. Nel momento in cui si organizza il dono di gameti sulla base dei principi di gratuità e di anonimato, come accade ad esempio in Francia già dal 1994, vengono meno molti pericoli: non è la coppia che sceglie i donatori, ma i medici, che decidono sulla base di criteri strettamente sanitari; i donatori non vengono mai remunerati per il dono che fanno e non acquisiscono alcuna relazione giuridica parentale con i bambini; il dono è solo “dono di materiale genetico”, e non ha né “volto”, né “nome”. Per quanto riguarda poi la questione delle origini, basterebbe ricordare la sentenza del 18 novembre 2013 della Corte Costituzionale, in cui si spiega come permettere ad un figlio di conoscere le proprie origini significhi permettergli di “accedere alla propria storia parentale”. Ma quando si parla di storia, non si parla certo di “codice genetico”, a meno di immaginare che il codice genetico ci racconti la storia dei nostri genitori. Quella storia che li ha portati a desideraci o meno, a volerci crescere e darci o meno affetto, a trasmetterci o meno valori e principi. Il caso dei bambini adottati, in questo senso, non ha niente a che vedere con quello dei bambini nati grazie ad un’inseminazione eterologa. Nell’adozione, c’è sempre la storia di un abbandono. Storia cui è sicuramente importante avere accesso, anche solo per poter fare il lutto di quest’abbandono. Ma quale abbandono ci sarebbe nel caso di chi è nato grazie ad un dono di gameti? La storia parentale, in questo caso, non è forse quella di chi, sterile, desiderava a tal punto avere un figlio che è ricorso ad un dono di gameti?

Chi si oppone con accanimento alla fecondazione eterologa forse dimentica (o fa finta di dimenticare) che non c’è bisogno di ricorrere alle tecniche procreative per trattare i figli come “oggetti” a propria disposizione. Basta desiderare un figlio per colmare un vuoto oppure perché i propri sogni e i propri desideri possano un giorno realizzarsi, per trasformare i figli in “cose”. E lo stesso vale per tante altre motivazioni che spingono ad avere un figlio, che si tratti del conformismo o del desiderio di avere una discendenza. Ma questo, appunto, vale sempre, non solo nel caso in cui si ricorra ad una fecondazione eterologa.

Diventare genitori è sempre complesso: si tratta di accogliere un’altra vita riconoscendola come “altro” rispetto a sé; significa aiutare a crescere chi dipende in tutto e per tutto da noi; significa amare incondizionatamente e senza ricatti. Poco importa, poi, se ci siano stati ostacoli o incidenti di percorso o se, per far nascere un figlio, ci sia stato bisogno di ricorrere ad un dono di gameti. Chi può anche solo immaginare che avere lo stesso patrimonio genetico dei propri genitori metta al riparo dalle difficoltà della vita?

Articolo pubblicato ne La Repubblica di giovedì 10 aprile 2014

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17 risposte a Fecondazione eterologa, maternità e paternità: il provincialismo culturale dell’Italia

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  2. agrimonia71 ha detto:

    Quella legge era stata una vera schifezza.
    Ricordo bene di quanto ho cercato di convincere alcune amiche di andare a votare lo stesso, ma con pochi risultati.
    Loro dicevano “io non lo farei mai” vero…ed anch ‘io non ne avevo bisogno visto che mi ero recata alle urne con la carrozzina, ma non era giusto togliere la lbertà di scelta ad altre persone.
    Sono felice che i nostri tribunali pur con le loro lentezze ed a volte incongruenze abbiamo smontato pezzo pezzo quella che era una legge assurda e contro le famiglie

  3. newwhitebear ha detto:

    Si può essere d’accordo oppure no su queste tecniche procreative ma non si può impedire a una coppia di avere figli. Il figlio/figlia non è un oggetto o un bambolotto col quale giocare ma è un essere umano da amare. Credo che dietro alla facciata di difesa (???) del figlio biologico (di certo c’è solo la madre, perché il padre è sempre incerto) si nascondano aspetti poco chiari. Quello che hai scritto è condivisibile al 100%

  4. Serena ha detto:

    da madre, da donna, ma soprattutto da persona che è ricorsa all’eterologa dico solo una parola: GRAZIE

  5. rosenuovomondo ha detto:

    io non credo l’avrei fatto ma perchè togliere la libertà di poterlo fare.

  6. Pingback: italietta provincetta (sulla fecondazione eterologa). | edp

  7. edp ha detto:

    Grazie per questa lucidità e per queste parole a nome di tutte le persone che stanno affrontando o hanno affrontato il dolore di una fecondazione assistita. E anche a nome di chiunque abbia voglia di pensare con la propria testa, di essere informato.

  8. figliopadre ha detto:

    Condivido appieno questo tuo post che ho riportato per intero nel mio blog sulla paternità.
    Complimenti. Cristiano Camera

  9. effesessantasei ha detto:

    “ricordando il diritto dei figli a conoscere le proprie origini. ”
    In realtà questo diritto non è affermato. Come figlio adottivo posso accedere a documenti che eventualmente contengano le informazioni sulle mie origini, solo al compimento del 100° anno di età.
    Per il resto sono d’accordo su quanto hai scritto.

    • mimarzano ha detto:

      vero, però la Corte Costituzionale è intervenuta per dire che anche questa cosa qui non va bene… e da questa settimana, alla Camera si discute di progetti di legge che cambino le cose (uno dei quali è mio) :)

      • Emilia ha detto:

        La sua e’ un’ottima proposta che, finalmente, restituisce si figli adottivi il diritto fondamentale alla loro storia. Si guardi dall’anfaa e da chi vorrebbe ridurre il tutto ad una scheda anamnestica, non è’ di questo che abbiamo bisogno, o, almeno, non solo! Auguri e buon lavoro. Emilia

  10. veronica tussi ha detto:

    “Occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare in relazione alla mascolinità e alla femminilità di un padre e di una madre”. Questo ha dichiarato papa Francesco, dimenticando che il vero diritto di ogni bambino è d’essere desiderato ed amato. Che la vera famiglia sia solo quella dove c’è amore, è Gesù ad affermarlo: “Quindi stese la mano sui suoi discepoli e disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli; chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi mi è fratello, sorella e madre»” (Mt 12, 49-50). Secondo il Signore “i legami naturali passano in seconda linea rispetto alla vera parentela che si forma tra coloro che fanno la volontà del Padre” (cf. Angelo Lancellotti, Nuovissima Versione della Bibbia, ed. Paoline). Ma Gesù in quale tipo di famiglia crebbe e fu educato? Una famiglia tradizionale? Gesù fu educato da una madre che quando lo mise alla luce aveva appena tredici o quattordici anni e da un padre putativo che, stando alla tradizione apocrifa, era già in età avanzata. Come un nonno, il padre putativo di Gesù, simile ai nonni che difficilmente mancano ai bambini con genitori dello stesso sesso. Ma quanti bambini oggi e soprattutto nel passato sono cresciuti nella totale o quasi totale assenza del padre? Tanti infelici?

  11. attilio doni ha detto:

    Il cardinale Ruini: «Non può esistere un “diritto al figlio” perché il figlio è una persona e come tale non è disponibile». Discorso di grande effetto, non c’è che dire, ma che significa? Se non può esistere un diritto al figlio, allora bisognerebbe negare qualsiasi aiuto a tutte le persone che per un motivo o un altro non possono averne. Ma perché dobbiamo parlare di diritto e non di amore, desiderio di avere un figlio per crescerlo ed amarlo? Il cardinale ha anche aggiunto: «Con questa decisione si apre alla commercializzazione dei gameti maschili e femminili, come pure alla commercializzazione dell’utero delle gestanti». E’ quello che succede, infatti, in tutti i paesi europei dove è permessa la fecondazione eterologa. Ma suvvia! Qualcuno ha dichiarato: «Questa sentenza è un colpo durissimo al sistema famiglia». E infatti solo in Italia il sistema famiglia è solido. Negli altri paesi europei il sistema famiglia è a pezzi. Ma suvvia! Maurizio Lupi, invece, teme il rischio di un “far west procreativo”. Ma si può?

  12. Stefano Mino ha detto:

    non fa niente ma è sempre indaffarato
    e se gli chiedi qualcosa ti risponde ‘aspetta’
    cos’è?
    (non vale rispondere ‘il presidente del consiglio’)

  13. aleterro ha detto:

    scusate ragazzi, volevo porre una domanda anche io nella discussione dal momento che l’argomento mi sta molto a cuore.

    dico subito per chiarezza che io non sono d’accordo con voi “a pelle”, che in linea di massima questa pratica mi dà molte perplessità: non quelle esposte in questi giorni dai cattolici, che mi sembrano pretestuose (come ad esempio la preoccupazione per la presunta difficoltà del nascituro a conoscere i suoi veri genitori biologici), ma altre.

    Quello che mi lascia perplesso deriva dall’entusiasmo così immediato che c’è intorno a questa pra-tica, a questa prospettiva. Io temo, così, come prima reazione, che questo desiderio di avere un figlio per forza nasconda in realtà una certa forma di egoismo, e questo non mi convince sinceramente. Temo, lo dico su due piedi e senza conoscere l’universo di queste persone, che ci sia in realtà tanto il desiderio di vivere l’esperienza della maternità, della paternità.
    Quindi mi chiedo e vi chiedo, senza nessun sarcasmo né cattiveria, ma proprio con desiderio di ca-pire: perché invece dell’eterologa una coppia non potrebbe prendere un figlio in adozione?

  14. Vittoria ha detto:

    Da donna che ha fatto senza successo ricorso alla PMA (omologa), che ha iniziato il percorso adottivo e che poi ha ricevuto la grazia di una gravidanza naturale, dico che non sono contraria all’eterologa e non trovo giusto privare di questa possibilità chi sente di poter affrontare tali (annichilenti) procedure, anche se io ho vissuto molte difficoltà con l’omologa e non credo sarei andata oltre. Mi preme però porre l’attenzione sul fatto che in Italia si parla pochissimo di adozione e il procedimento è, inutile dirlo, macchinoso, lungo, costoso e altamente aleatorio, diversamente da come viene gestito altrove. Credo che una maggiore trasparenza e celerità di questo istituto vada a vantaggio innanzitutto dei bimbi, ma anche degli aspiranti genitori. Credo che la maggior parte delle persone che accetterebbero di far crescere dentro di sè un figlio non biologicamente proprio, sarebbero anche ben contente di accoglierlo nella propria casa senza averlo partorito, se non pensassero (a ragione) che la PMA è più facile, più veloce (se ha successo) e meno costosa di un’adozione.

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