Fecondazione eterologa, maternità e paternità: il provincialismo culturale dell’Italia

Con la decisione presa dalla Consulta sulla fecondazione eterologa non si potrà più impedire l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita a coloro che, per avere figli, hanno bisogno di ricorrere ad un dono di gameti (ovuli o sperma), e non si potranno quindi più discriminare alcune coppie sterili. Perché d’altronde focalizzarsi sui legami genetici esistenti o meno tra genitori e figli senza accettare l’evidenza del fatto che non è certo il patrimonio genetico che rende una donna “madre” o un uomo “padre”?

Come diceva lo scrittore francese Marcel Pagnol, quando un bimbo nasce, pesa tre o quattro chili. Poi cresce, e mette su i “chili amore” dei propri “parents”, termine che in francese designa i “genitori sociali”, da non confondere con la parola “geniteurs” che indica invece i “genitori biologici”. Ancora una volta, però, l’Italia è vittima di un provincialismo culturale che impedisce a molti di capire che la genetica non potrà mai spiegare la complessità dei legami familiari, e che le questioni “eticamente sensibili” dovrebbero essere affrontate con rigore e lucidità. Ci si immagina che rendere possibile l’inseminazione eterologa significhi trasformare la maternità e la paternità in una sorta di marketing con compravendita di gameti. Si fantastica che il dono di gameti possa introdurre in una coppia il “fantasma dell’adulterio”. Si invoca il primato dell’interesse dei bambini rispetto a quelli degli adulti, ricordando il diritto dei figli a conoscere le proprie origini. Nessuno di questi argomenti, però, è decisivo. Anzi. Basta analizzarli con serenità – guardando anche come gli altri paesi europei hanno affrontato la questione della fecondazione eterologa – per rendersi conto della loro inconsistenza. Nel momento in cui si organizza il dono di gameti sulla base dei principi di gratuità e di anonimato, come accade ad esempio in Francia già dal 1994, vengono meno molti pericoli: non è la coppia che sceglie i donatori, ma i medici, che decidono sulla base di criteri strettamente sanitari; i donatori non vengono mai remunerati per il dono che fanno e non acquisiscono alcuna relazione giuridica parentale con i bambini; il dono è solo “dono di materiale genetico”, e non ha né “volto”, né “nome”. Per quanto riguarda poi la questione delle origini, basterebbe ricordare la sentenza del 18 novembre 2013 della Corte Costituzionale, in cui si spiega come permettere ad un figlio di conoscere le proprie origini significhi permettergli di “accedere alla propria storia parentale”. Ma quando si parla di storia, non si parla certo di “codice genetico”, a meno di immaginare che il codice genetico ci racconti la storia dei nostri genitori. Quella storia che li ha portati a desideraci o meno, a volerci crescere e darci o meno affetto, a trasmetterci o meno valori e principi. Il caso dei bambini adottati, in questo senso, non ha niente a che vedere con quello dei bambini nati grazie ad un’inseminazione eterologa. Nell’adozione, c’è sempre la storia di un abbandono. Storia cui è sicuramente importante avere accesso, anche solo per poter fare il lutto di quest’abbandono. Ma quale abbandono ci sarebbe nel caso di chi è nato grazie ad un dono di gameti? La storia parentale, in questo caso, non è forse quella di chi, sterile, desiderava a tal punto avere un figlio che è ricorso ad un dono di gameti?

Chi si oppone con accanimento alla fecondazione eterologa forse dimentica (o fa finta di dimenticare) che non c’è bisogno di ricorrere alle tecniche procreative per trattare i figli come “oggetti” a propria disposizione. Basta desiderare un figlio per colmare un vuoto oppure perché i propri sogni e i propri desideri possano un giorno realizzarsi, per trasformare i figli in “cose”. E lo stesso vale per tante altre motivazioni che spingono ad avere un figlio, che si tratti del conformismo o del desiderio di avere una discendenza. Ma questo, appunto, vale sempre, non solo nel caso in cui si ricorra ad una fecondazione eterologa.

Diventare genitori è sempre complesso: si tratta di accogliere un’altra vita riconoscendola come “altro” rispetto a sé; significa aiutare a crescere chi dipende in tutto e per tutto da noi; significa amare incondizionatamente e senza ricatti. Poco importa, poi, se ci siano stati ostacoli o incidenti di percorso o se, per far nascere un figlio, ci sia stato bisogno di ricorrere ad un dono di gameti. Chi può anche solo immaginare che avere lo stesso patrimonio genetico dei propri genitori metta al riparo dalle difficoltà della vita?

Articolo pubblicato ne La Repubblica di giovedì 10 aprile 2014

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L’amore è tutto? #6

“Ma che cos’è questa benedetta condivisione di cui parli sempre?” La mia amica del cuore non ne può più, e allora sbotta. Già sta facendo lo sforzo di leggermi ogni settimana, ma ora questa storia della condivisione non le va proprio giù. Perché la condivisione le sembra la sorellina povera della passione. Quella un po’ triste e un po’ monotona di cui non si vorrebbe mai sentir parlare, soprattutto quando si cresce con l’idea che l’amore sia una forza dirompente che non conosce né argini né mediazioni. Quell’energia che dovrebbe permettere di superare ogni ostacolo senza mai impantanarsi nella banalità della vita di tutti i giorni…

Eppure come si potrebbe amare senza condividere, quando torni a casa la sera e sei talmente stanca che non hai nemmeno più la forza di parlare? Quando lui non ha fatto la spesa. Si è dimenticato di pagare le bollette. Ti ascolta distratto perché anche lui ha avuto una giornata impegnativa e ha altro cui pensare.

La condivisione non fa sognare nessuno. Ma l’amore ne è impastato. Quando sai che qualunque cosa accada, “lui” o “lei” ti sono vicini. A loro modo, certo. Che non è mai esattamente come si vorrebbe. Perché “lei” non sente quello che senti tu. Perché “lui” non capisce quello che vuoi quando gli dici che è il tuo angelo custode. Ma ci sono. Ci sono e, in fondo, sono gli unici ad amarci così come siamo. Anche quando non possiamo evitare di deluderli. Anche solo per avere la conferma del loro amore. Ecco perché il famoso “ti amo” dovrebbe forse essere sostituito da un ben più sgrammaticato “io amo con te”. Insistendo proprio sul “con”, quella preposizione semplice che talvolta sembra inutile. Magari scrivendo il “con” in lettere maiuscole, un po’ come quando su Twitter o su Facebook si vuole attirare l’attenzione e uscire dal coro delle voci sussurrate.

È quel semplice “con” che fa tutta la differenza. Visto che nell’amore è “con” l’altro che si cerca di attraversare il vuoto che ci si porta dentro. È “con” l’altro che si scopre pian piano che, nella vita, è tutto un andirivieni tra l’“io” che parla e il “tu” che ascolta nella speranza di colmare quella distanza che ci separa da noi stessi. La “con-divisione” è proprio questo: pensare e sentire “con” l’altro anche quando si è diversi, non la si pensa nello stesso modo, si agisce in modo differente. Anzi, proprio quando si è diversi, non la si pensa nello stesso modo, si agisce in modo differente.

Certo, il “con” non indica la necessità di essere sempre insieme e di non separarsi mai. Talvolta la distanza fisica serve anche a ritrovare la sintonia che si rischia invece di perdere quando non ci si allontana mai dall’altro. Il “con” indica piuttosto la condivisione di un progetto e la reciprocità di una fiducia che si fonda sull’autenticità. Non perché ci si possa fidare dell’altro al cento per cento. Nessuno è del tutto affidabile. Ma forza di condividere il presente, si finisce poi anche con il capire che vale sempre la pena di rischiare la propria fiducia quando l’altro si è abituato a tuo “essere così come sei”. La storia potrebbe anche finire un giorno. Ma resterebbe per sempre il ricordo di ciò che si è condiviso e che, pian piano, è diventato un pezzo di ciò che siamo.

Dalla mia rubrica su Vanity Fair del 5 marzo

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Il dramma del “fine vita” ci riguarda tutti…

Perché negare a chi è in fase terminale di una malattia incurabile il diritto di morire degnamente? Perché accanirsi a mantenere in vita chi, dalla vita, si è già progressivamente allontanato? Le polemiche che nascono ogniqualvolta si cerchi di affrontare in Italia il tema delle scelte di fine vita sono sempre molto ideologiche. Forse troppo. Soprattutto quando, dimenticandosi delle condizioni drammatiche in cui vivono oggi tanti malati terminali, si insiste a voler opporre tra loro i concetti di “dignità della persona” e “autonomia individuale”, riempiendosi così la bocca di parole che suonano bene – e che molto spesso ci fanno sentire in pace con la nostra coscienza – senza interrogarsi sul senso della vita, del dolore e della morte. Nei Fratelli Karamazov, Dostoevskij scriveva: “Ama la vita più del senso, e anche il senso troverai”. Ma quando si è gravemente malati e non c’è più niente da fare, che senso ha invocare astrattamente il “valore inalienabile della vita? Quando si è detto esplicitamente che si desidera andarsene, in nome di cosa qualcun altro dovrebbe potersi arrogare il diritto di opporsi?

Certo, una delle caratteristiche della persona è proprio la dignità: quel valore intrinseco che possiede ogni essere umano e che lo differenzia dalle semplici cose che, come spiegava Kant, non hanno dignità, ma sempre e solo un “prezzo”. Ma proprio per questo, la vita dovrebbe poter essere vissuta in modo degno, anche e soprattutto quando si giunge alla fine, senza che nessun altro consideri legittimo imporci il proprio punto di vista e la propria concezione dell’esistenza. Ecco perché l’autonomia, nel nome della quale da anni si invoca il diritto all’autodeterminazione dei malati, non si oppone affatto al principio di dignità. Anzi. È solo un modo per rispettare la volontà di coloro che, nella sofferenza, chiedono di essere ascoltati, e quindi anche la loro dignità. Tanto più che difendere l’autodeterminazione dei pazienti non significa poi che i medici debbano venir meno alla propria vocazione, e abbandonare quindi i malati alla solitudine delle proprie scelte: per potersi veramente prendere cura di un’altra persona, un medico dovrebbe essere capace di adottare il punto di vista altrui, sapendo che la “cura del corpo” non può mai prescindere dalla consapevolezza delle sofferenze psichiche e morali legate ai mali fisici.

Il dramma del “fine vita” ci riguarda tutti. Anche semplicemente perché morire è una delle caratteristiche della condizione umana. La vita è mortale proprio “perché” è la vita, come scriveva il filosofo Hans Jonas. E un giorno o l’altro ci ritroveremo tutti lì, forse impotenti di fronte alle decisioni che altri vorranno prendere al posto nostro, cercando disperatamente di essere rispettati almeno un’ultima volta, soprattutto quando non c’è più niente da fare. La dignità della persona, che nessuno pretende negare o cancellare, consiste anche nell’avere il diritto di essere riconosciuti come soggetti della propria vita fino alla fine. Sapendo che il “valore inalienabile della vita”, spesso invocato da chi si oppone al fatto che in Italia si legiferi sulle scelte di fine vita, lo si rispetta anche quando si prende sul serio la parola di chi soffre.

Articolo pubblica su Repubblica del 19 marzo 2014

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L’amore è tutto? #5

C’è chi passa tutta la vita ad innamorarsi, ma poi non ama mai. Come una farfalla che passa da un fiore all’altro senza trovare pace. Perché dopo i primi momenti di entusiasmo, poi si stufa e cerca altrove. Un altrove sempre nuovo e luccicante dove raccogliere quell’energia del “tutto è possibile” che piace tanto agli innamorati-dipendenti. Prima di rendersi conto che di nuovo, in realtà, c’è ben poco. Mentre l’amore non ha nemmeno il tempo di “accadere”. Perché non ci si vuole abituare alla sua presenza. Non si ha alcuna voglia di costruire insieme la quotidianità. Ci si illude di non aver bisogno di condividere quel vuoto che ci si porta dentro.

Che cosa voglio dire? Facile. Anzi, banale. Visto che sto solo dicendo a modo mio quello che tanti, prima di me, hanno già detto, ossia che l’amore, con l’innamoramento, non c’entra proprio niente. Come sanno bene i francesi che parlano di “tomber amoureux” (“cadere innamorati”) quando inizia una passione, ma che poi non si sognerebbero mai di “cadere” quando raccontano l’amore che li lega a “l’être cher” (“la persona cara”). Il famoso “je t’aime” della canzoni e dei film arriva solo dopo. Pian piano. Quando “accade” la reciprocità del riconoscimento e la tolleranza progressiva dell’alterità altrui.

“Che fatica!”, mi dice sempre l’uomo che amo. Che ormai sa bene quanto io sia faticosa nella vita di tutti i giorni, talvolta proprio insopportabile. Esattamente come è faticoso lui, con tutte le sue manie e le sue ansie, le sue paure e le sue insoddisfazioni. Ma l’amore è anche questo. Ecco perché non si “cade” nell’amore, nonostante l’amore “accada” e non lo si possa controllare. Ed è solo attraverso la pazienza che si costruisce lentamente il “vivere-insieme”.

Certo, non è perché ci si sforza, che poi ci si sopporta. Questo lo pensano solo gli stacanovisti della vita di coppia. Nell’amore – che non è solo passione, ma non è nemmeno sacrificio o rinuncia – si verifica l’esatto contrario: ci si sopporta proprio perché ci si ama. E una persona la si comincia ad amare quando ci si rende conto che è con lei, e solo con lei, che si è liberi di essere se stessi. Anche quando facciamo il muso e sbuffiamo. E lui o lei, magari, escono per farsi un giro e tornano solo quando ci siamo calmati.

La fatica dell’amore è come la fatica della vita, quando ci si accorge che tutto è complicato e che non va bene quasi nulla. Ma si è anche consapevoli che non serve a niente sforzarsi e riempirsi la bocca di buoni propositi per risolvere i problemi, perché tante volte le cose non dipendono da noi e da quello che possiamo o meno fare. Anzi. Tante volte serve solo aspettare che la tempesta passi. Senza agitarsi. Esattamente come nell’amore. Quando si comincia a capire che le “tempeste” della persona che amiamo ci sono familiari. E che, anche se non possiamo fare niente per aiutarla, riusciamo ad aspettare insieme a lei che torni il sereno.

Ma questo accade solo quando si ama. Perché se siamo solo innamorati, le tempeste ci travolgono. Perché sforzarsi di sopportare qualcuno, quando si stava insieme solo perché tutto andava bene? Ma, forse, non andava bene proprio niente. Era solo una passione. Che cede il posto alla noia e all’intolleranza, prima di “tomber amoureux” di qualcun altro. A differenza dell’amore che non ci fa cadere e che attraversa le bufere. Che nella vita sono tante. Proprio come le nostre manie e le nostre insoddisfazioni. Con cui però si impara a convivere nel momento in cui sappiamo che “l’être cher” che ci è accanto ci ama come siamo.

Dalla mia rubrica su Vanity Fair del 26 febbraio

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L’amore è tutto? #4

Chi può avere il tempo o semplicemente la voglia di amare quando tutto crolla, non c’è lavoro, e chi ce l’ha pensa solo a come conservarlo? Chi può essere così ingenuo da credere ancora all’amore quando è ormai chiaro a chiunque che tutto ha un prezzo, tutto si consuma, nessuno è indispensabile? Perché illudersi che qualcosa “accada” indipendentemente dagli sforzi, dall’impegno e dal merito?

Anche io faccio parte di quella generazione cresciuta a suon di slogan e di volontarismo esacerbato. “Impegnati e otterrai”. “Sforzati e capirai”. “Concentrati sul tuo lavoro e avrai successo”. Menzogne di un individualismo spinto agli eccessi che ci ha fatto credere che l’esistenza fosse solo lotta e competizione e che la vita, prima o poi, avrebbe premiato i più bravi. Illusione di un “egoismo assoluto”, come dicono alcuni, che ci ha convinti fin da bambini che sarebbe stato sufficiente non fidarsi mai di nessuno ed andare avanti per la propria strada per diventare protagonisti della propria vita. Prima di scoprire che nessuno è indispensabile, che chiunque può prendere il nostro posto, che quando non serviamo più siamo buttati via. Indipendentemente dai sacrifici fatti. Indipendentemente dal merito acquisito. Perché ormai “l’uno vale l’altro”, come ripetono in tanti. Non perché non esistano competenze specifiche e quindi chiunque possa fare qualunque cosa. Solo perché queste famose “competenze” – quando esistono – sono oggettivamente senza qualità e intercambiabili. Ecco perché, nonostante sia la prima a ripetermi che il rapporto che stabilisco con i miei studenti sia assolutamente unico e speciale, so bene che se al mio posto ci fosse un’altra persona, per la mia Università non cambierebbe nulla. Anche io, come gli altri, sono solo una “risorsa umana”. Sostituibile. Rimpiazzabile. Intercambiabile.

Ma che c’entra tutto questo con l’amore, si starà chiedendo qualcuno già impaziente di leggere altro? Perché tanto tutto si equivale. E se non si finisce di leggere una rubrica, ce n’è subito un’altra…

Ebbene, l’amore c’entra eccome! Visto che è solo nell’intimità delle relazioni affettive che si esce dai meccanismi perversi dell’anonimato e dell’intercambiabilità. Non solo perché l’amore non lo si merita e non lo si guadagna – non basta impegnarsi o fare tutto quello che si pensa di dover fare per essere amati; o si è amati, oppure no; e quando si è amati lo si è per quello che si è, indipendentemente dagli sforzi o dalle competenze acquisite. Ma anche e soprattutto perché nell’amore nessuno è intercambiabile. Chi mi ama, ama me, esattamente me, solo me. E anche se un giorno dovesse amare un’altra persona, quella persona occuperebbe un altro posto e non potrebbe mai prendere il mio. Quello che ho occupato o occupo io. Quello che corrisponde solo a me, perché sono unica e diversa da tutti gli altri. Si può amare un’altra persona. Un’altra appunto. Che però non toglie niente all’amore che ho ricevuto o che continuo a ricevere.

L’amore è anticapitalistico. Ed è per questo che, anche quando tutto crolla, resiste e ci permette di sopportare la violenza dell’anonimato contemporaneo. E anche quando tutto intorno a noi tutto ci urla che siamo inutili e non serviamo a nulla, l’amore ci sussurra che non è vero, che non è così, che siamo speciali. L’unicità di quello sguardo che ci riconosce e che non ne vuol sapere niente di tutte quelle persone che cercano di occupare il nostro posto e di buttarci via. L’unicità di quelle parole – esattamente quelle – che ci accolgono la sera anche quando sono un po’ stanche e un po’ distratte. Solo perché “sono io”. Solo perché è “lui” o “lei”, come ci ricorda Montaigne in uno dei suoi saggi più belli. Ecco perché, è proprio in questo periodo di crisi, che abbiamo tanto bisogno dell’amore.

Dalla mia rubrica su Vanity Fair del 19 febbraio

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L’amore è tutto? #3

“È solo quando si smette di avere paura che si comincia ad amare.” Frase da bacio perugina? Copia-e-incolla da Twitter o da Facebook dove facciamo tutti a gara a chi la spara più banale o più kitsch? Pensatela pure come vi pare. E non esitate ad accusarmi di frivolezza o di superficialità. Tanto non me la toglie nessuno dalla testa la convinzione che, a forza di utilizzare paroloni – e frasi così complesse che per venirne a capo bisogna leggerle almeno quattro o cinque volte –, si finisce solo con il fare a pezzi la realtà e a perdere il senso comune. Figuriamoci poi quando si parla d’amore! La cui grammatica elementare è impastata proprio di semplicità e di quelle piccole cose, quelle che tante volte si disprezzano ma che poi, in fondo, ci riempiono la vita. Ma se continuo con queste digressioni, perdo definitivamente il filo. Mentre quello di cui mi piacerebbe parlarvi oggi non ammette né digressioni né giri di parole. Visto che finché c’è la paura – inutile mentire, inutile raccontarsi frottole, inutile negarlo – l’amore non accade. Ma paura di che cosa? Paura di chi?

Le paure che l’amore risveglia sono infinite. Paura di illudersi. Paura di sbagliare. Paura di non essere all’altezza. Paura di essere traditi. Paura di perderlo o di perderla. Tutte quelle paure che ci si porta dentro fin dall’infanzia, quando si dipendeva in tutto e per tutto dai nostri genitori, e si sarebbe stati disposti a fare qualunque cosa pur di non perdere il loro amore. È da lì che parte tutto. Da quei momenti di fragilità che poi ci accompagnano per il resto della nostra vita. E che tante volte ci determinano, anche se cresciamo, anche se impariamo a sbrigarcela da soli, anche la smettiamo di illuderci che con l’altro potremo un giorno sperimentare di nuovo la gioia della fusione e dell’indeterminatezza. Quell’amore incondizionato che, in fondo, non esiste. Perché non c’è amore senza separazione e senza una qualche distanza di sicurezza.

Ma se l’amore incondizionato non esiste, perché dovremmo allora lasciarci andare? Perché dovremmo prendere dei rischi? Perché non rinunciare del tutto alla dipendenza affettiva?

Quando si ama, si è per definizione vulnerabili e dipendenti. Quella vulnerabilità e quella dipendenza che ci portano a sperare di ricevere quei gesti e quegli sguardi di cui abbiamo tanto bisogno, quell’ascolto e quella comprensione che non possiamo esigere né dai nostri colleghi, né dai nostri datori di lavoro, né dai nostri stessi amici. Perché le relazioni sociali, anche quando c’è stima e rispetto reciproco, sono sempre influenzate dai codici di comportamento e dalle convenzioni. Solo nell’intimità dell’amore ci si può togliere la maschera e uscire dai ruoli. E allora certo che si è dipendenti! Certo che si è vulnerabili! Certo che si ha paura!

Che cosa mi succede se poi anche lui o anche lei mi giudicano male e se ne vanno? Non rischio di ritrovare solamente con un pugno di polvere in mano?

Quando si ama, si rischia. Sempre. E nessuno potrà mai avere la certezza che l’altro non approfitterà delle nostre fragilità e che, prima o poi, ci rinfaccerà tutto quello che gli abbiamo chiesto, tutto quello che gli abbiamo confessato, tutto quello che gli abbiamo svelato. Eppure è solo quando la si smette di aver paura e ci si fida, che il mondo privato, come scriveva Hannah Arendt, “non è più un inferno”. Ci si toglie la maschera e si smette di recitare. Ci si toglie la maschera e ci limita ad essere come si è. Talvolta insopportabili. Sempre imperfetti. Come tutti d’altronde. Condividendo quella paura che, nel momento in cui viene finalmente accolta e tollerata, finisce poi anche con il sembrarci meno insormontabile.

Dalla rubrica “L’amore è tutto?” pubblicata su Vanity Fair del 5 febbraio

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L’amore è tutto? #2

L’inganno più grande è quello del “principe azzurro” o della “principessa rosa” – perché poi, checché se ne dica, ci caschiamo proprio tutti nella trappola delle fiabe, indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale. Ma lasciamo perdere il “politicamente corretto” e cerchiamo di capire un po’ perché si tratta veramente di un inganno. Visto che, nonostante tutto, al principe ci si continua a credere anche da grandi. E non appena, con l’altro, sorgono i primi problemi, ci si rifugia nelle lamentele e nelle recriminazioni: non è lui! non è lei! non è questo che volevo! Prima di andarsene via sbattendo la porta, perché “lui” non è stato capace di ascoltare, “lei” non è stata capace di essere autonoma, “loro” non sono stati capaci di niente. E, sicuramente, da qualche parte c’è un “lui” o una “lei” che ci stanno aspettando. Basta cercare bene. Basta trovarli.

E allora è sempre un ricominciare senza sosta. Ti incontro, mi innamoro, ti idealizzo, mi deludi, mi rendo conto di come sei veramente, ti lascio. Rimproverandoti perché non sei esattamente come pensavo che fossi, non corrispondi a quello che mi hai fatto credere, tra l’immagine con cui ti sei presentato e la realtà c’è un abisso. Mi hai ingannato, e ora ne paghi le conseguenze!

Forse è per questo che le storie “usa-e-getta”, come direbbe Zygmunt Bauman, si accumulano nei cassetti dei nostri armadi. Lasciandoci con l’amaro in bocca dell’ennesima delusione. Ma forse Bauman non ha del tutto ragione quando ci spiega che questo “usare” e “gettare” gli altri è il sintomo più evidente di una società in cui tutto è fatto per essere comprato e consumato. Perché il problema dell’eterno ricominciare, a me, sembra più che altro legato al mito del “principe azzurro”. Quell’ideale che ci siamo costruiti da bambini e cui poi continuiamo ad andare dietro – anche se non parliamo più di principi e di principesse –, convinti che prima o poi incontreremo la persona “giusta”. Ma “giusta” per cosa? “Giusta” per chi?

In amore, il giusto e l’ingiusto non hanno alcun senso. Siamo tutti “giusti” e tutti “sbagliati”. Perché, in fondo, nessuno di noi può colmare il vuoto che l’altro si porta dentro. Quel vuoto che ci abita e che ci tormenta tutti. Quel “qualcosa di assente” cui non si riesce mai a dare un nome preciso e che, nonostante tutto, c’è, e fa male. Il principe azzurro, una volta che diventiamo grandi, è proprio questo: quella persona che dovrebbe essere capace di occupare lo spazio vuoto che abbiamo in noi, esattamente quello e nient’altro. Occupare quel posto che gli abbiamo preparato da sempre. Senza muoversi e senza far rumore. Per mettere a tacere le nostre ansie e saziare i nostri desideri.

E poi? E poi, se veramente qualcuno prova ad occupare quello spazio vuoto e a tacere, allora sì che soffochiamo e moriamo. Almeno da un punto di vista psichico. Oppure è lui che soffoca e muore. Perché rinuncia al proprio desiderio e si trasforma in un semplice oggetto. Come accadeva un tempo alle nostre nonne. Silenziose e mansuete per non disturbare il marito. Prima di rendersi conto che la vita era passata e che, invece di aver trovato il principe azzurro, erano state accanto ad un padrone…

Allora forse è meglio l’usa-e-getta. Perché almeno così lui non si appiccica, e nemmeno io, e quando le cose cominciano a scricchiolare tutti e due possiamo passare al “seguente”. A meno di rinunciare alla perfezione e agli ideali. E smetterla di ingannarci da soli. E fare i conti con chi ci è veramente accanto.

Dalla rubrica “L’amore è tutto?” pubblicata su Vanity Fair del 29 gennaio

 

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