Perché un blog?

Arriva prima o poi il momento in cui FB diventa stretto… per tutto quello che vorrei dire… leggere… ascoltare… è per questo che ho deciso di aprire questo blog… all’inizio sarò un po’ lenta, poi pian piano imparerò… anche grazie all’aiuto di voi tutti…

Per cominciare, e per chi non l’avesse visto, ecco il mio intervento da Augias di qualche mese fa… Cliccate qui per vederlo

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42 risposte a Perché un blog?

  1. Morena ha detto:

    Visto il filmato! Che dire: Marzano for President! Ormai sono 2 giorni che non faccio che ripeterlo e scriverlo ovunque!🙂

  2. Marina ha detto:

    Michela Marzano e Umberto Galimberti insieme che discutono sul concetto di famiglia, molto interessante. Peccato che Augias conceda poco tempo all’esposizione delle idee, mi sarebbe piaciuto continuare ad ascoltarli.
    Domani andrò a comprare Etica oggi.

  3. Giovanni Molon ha detto:

    E’ stato in conseguenza di questo evento, ( trasmissione do Coorado Augias), che l’ho conosciuta e ho deciso di leggere: ” Etica oggi”.
    Quando posso, la seguo sempre con molto interesse e piacere, come è accaduto per Ballarò, dove, fra tante parole al vento, lei ha espresso chiaramente alcuni punti.
    Sicuramente questo sarà un blog da inserire nelle visite quotidiane.
    Buon lavoro e buona vita.
    Jo

  4. Pierpaolo ha detto:

    Bisognerebbe spiegare all’arguto Augias, che non la lasciava terminare il concetto, la differenza fra una declinazione e una coniugazione.
    Sempre per gioco, naturalmente🙂

  5. Marta ha detto:

    Buonasera, l’ho conosciuta con “Sii bella e stai zitta”, commovente, tragico e importante per rimanere “sveglie”.
    L’altra sera a Ballarò era musica per le mie orecchie e mi sono un pò arrabbiata per il livello veramente basso di alcuni interlocutori, purtroppo la tv italiana (Rai) ha deciso di soccombere, perdendo personaggi illustri.
    In fondo non ha detto nulla di stupefacente, la credibilità è qualcosa che ognuno di noi si conquista e di cui ognuno di noi ha bisogno…
    Grazie per l’intervento, sarà poco ma è rassicurante per chi ogni giorno cerca nel suo piccolo, piccolissimo di essere una Cittadina.

    Spero di poter leggere molti altri suoi libri…
    Con affetto

    Marta
    22 anni
    studentessa di Giurisprudenza

  6. MBarbaro ha detto:

    Decisione ottima… Il bar della stazione ferroviaria può anche andar bene, ma un bistrot…
    E grazie per il suo lavoro.

  7. stefano ha detto:

    Salve dott.ssa Marzano, ho appena finito di vedere l’intervento che avevo perso e sinceramente sono rimasto un pò interdetto. Probabilmente la mancanza di tempo non ha fatto sì che riusciste a completare il vostro pensiero e Augias non aiutava in realtà, ma tra le cose che avete detto mancano dei punti fondamentali, a mio parere:
    1) senza scendere nella discussione religione si o no, ci sono mistiche che scrivono e parlano dell’inferno (anche del paradiso in realtà) parlandone così (faccio un piccolo sunto senza scendere nella teologia): “Non immaginate un luogo fisico, non provate a vederlo con gli occhi perchè l’inferno non è nulla di ciò che è stato raccontato fino ad ora. E’ un “luogo”, in realtà, dove l’anima perde ogni diritto e possibilità di amare”;
    2) si è parlato della famiglia, che sia quella “biblica” o quella moderna poco importa: è vero, Galimberti diceva bene quando parlava del riconoscere l’altro nella coppia come qualcosa di alienus, perchè ciò poi determina anche la propria di dimensione e non solo all’interno della coppia; diceva bene anche lei quando parlava della regola d’oro ( cosa che in realtà è presente anche in quasi tutti i testi sacri del mondo) e metteva il rispetto al centro della società e della coppia, non chè tra gli individui singoli, ma entrambi avete ridotto, soprattutto nella parte quando parlate delle relazioni, a un mero scambio ambivalente cosa che, sì, è giusta in alcune situazioni, ma banalizza il concetto più profondo dell’amore (inteso nelle più disparate forme);
    3) per quanto riguarda la crisi odierna degli affetti lei aveva ragione, anche Galimberti l’aveva, ma aggiungo una cosa se posso: la perdita di valori e di morale, oltre all’individualismo e al consumismo imperanti, hanno fatto sì che il dolore provocato, soprattutto nella coppia, ma parliamo delle relazioni in generale e la cui tendenza è quella di distruggere per non impegnarsi molto di più per capire cosa non ha funzionato, non venisse poi annullato nel “vuoto”” della coppia e usato come rinforzo. Cosa che, in generale, tende poi a diventare il punto forte della coppia stessa o della relazione in questione;
    4) la Chiesa, si sa, a volte, trasborda dal vasetto e, soprattutto negli ultimi anni, ha dovuto difendere il fortino, spesso in modo becero quando il problema non esiste: se infatti tutta la sovrastruttura ecclesiastica crollasse rimarrebbe una frase: ” Dove due o più sono riuniti nel mio Nome, lì sono io”. Che però si potrebbe tradurre in questa maniera:” Dove due o più sono riuniti nel mio Amore (dove rientra la regola d’oro) lì sono io”. Dico questo perchè l’unità, o in senso laico le relazioni che intessiamo come esseri umani, sono, da sempre, rivolte all’interconnessione con l’altro. C’è, da sempre, il bisogno di unione, di qualunque tipo essa sia, dell’uomo con l’altro uomo. Cosa che, soprattutto negli ultimi decenni, si sta tentando di sdoganare creando, come dice lei, una paura del diverso da sè facendo intendere, e qui esce fuori il relativismo, che non abbiamo bisogno di tutto ciò per arrivare alla Verità, a quel Bene a cui l’anima umana ha sempre teso ( inteso non come religioso ovviamente).
    Mi scuso della lunghezza e forse delle banalità scritte, ma se vogliamo dire le cose, diciamole tutte.
    Le auguro un buon lavoro e una buona serata!

  8. Federica ha detto:

    Buongiorno prof.ssa,
    grazie per aver messo la Sua esperienza di vita al servizio di tutti noi. Io solo per poco non ho avuto il Suo problema e volevo DirLe che oggi, che sto leggendo il Suo libro, mi rendo sempre meglio conto che la mia fine sarebbe stata quella. Oggi sono molto felice, e se non riesco a controllare tutto non fa niente…e se ho qualche chilo in più, nemmeno. La differenza è che sono felice. Sono contenta di averla incontrata, mi ha arricchito grazie alla Sua esperienza e questo ha un valore inestimabile. Continuerò a seguirLa e se posso fare io qualcosa per Lei, sa dove trovarmi. Federica

  9. Valentina ha detto:

    Ho partecipato al suo intervento al Circolo dei Lettori , per la presentazione del suo libro “Volevo essere una farfalla”. Volevo complimentarmi con Lei ! Ha una capacità, penso innata, a trasmettere serenità e tranquillità. Sono stata contenta e sono stata entusiasta nell’assistere ed ascoltare la sua presentazione. Il suo libro, le sue parole, oltre a farmi sentire compresa e capita, mi hanno come abbracciata e accarezzata.. Mentre leggevo , a volte commossa, certi passi , dove un pò mi ci rivedevo, era come se mi sentissi per la prima volta felice.. Felice , di questa tristezza e sofferenza ( so , può sembrare un enorme paradosso) in cui anche io mi ci ritrovavo… A volte ti senti sola, tanto sola, una solitudine interiore che niente e nessuno può colmare, che nessuno può capire. E allora ti arrabbi : Ma come non capisci che il problema non è che io mangi oppure no? Come fai a non comprendere la mia sofferenza? ( Forse in modo un pò egoista , ammetto) Questo vuoto interiore talmente profondo … Sono contenta siano venuti ad assistere alla presentazione anche mia mamma e il mio ragazzo … Ne sono usciti e mi hanno detto piangendo : Grazie.
    Grazie per avergli permesso di capire, o almeno cercare di capire cosa c’è dietro quello che Lei , chiama “il sintomo”.
    Ripeto: Le sue parole in quel libro mi hanno abbracciata… Finalmente dopo tanto tempo mi sono sentita capita e “coccolata”, ogni pagina che leggevo mi trasmetteva serenità e , finalmente , voglia di vivere e di capire ( cosa che forse non ho ancora del tutto assimilato) che vivere è bello. Nonostante sappia che ha scritto il libro per se, come un parziale risultato di tutto un percorso interiore fatto con fatica e coraggio ( perchè prendere già coscienza di avere un problema, cosa di cui io ancora faccio molta molta fatica ad accettare, è una forma di coraggio) , sappia che ha “aiutato” molte ragazze a sentirsi capite, comprese e amate.
    Grazie.
    Mi scuso se sono stata troppo prolissa.
    Valentina

    • mimarzano ha detto:

      Ciao Valentina, non sei affatto prolissa e sono io che ti ringrazio per quello che dici. Se veramente ho aiutato anche una sola persona a sentirsi capita e amata allora ho fatto molto più di quanto non sperassi… un bacio, michela

  10. Francesca Ribeiro ha detto:

    Segnalo a Michela, una lettera di Renato Pierri pubblicata dal quotidiano Affaritaliani.it

    Affaritaliani 17 ottobre 2011
    “L’altra faccia della sofferenza”
    Michela Marzano ha intestato il suo blog con queste parole: “Se non avessi attraversato le tenebre, forse non sarei diventata la persona che sono oggi. Forse non avrei capito che la filosofia è soprattutto un modo per raccontare la finitezza e la gioia”.
    Giovanni Paolo II, scriveva: “Attraverso i secoli e le generazioni è stato costatato che nella sofferenza si nasconde una particolare forza…una particolare grazia…Ad essa debbono la loro profonda conversione molti santi…Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo scopre il frutto salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo…Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale” (Salvifci doloris, n. 26). Grazie tenebre, grazie sofferenza? Vogliamo almeno dire che è ben triste la condizione dell’uomo, se per giungere a “interiore maturità e grandezza spirituale”, deve passare attraverso tenebre e sofferenza? E vogliamo dare uno sguardo all’altra faccia della medaglia? Considerare gli effetti devastanti della sofferenza su una moltitudine d’individui? Vogliamo considerare che la sofferenza spesso abbrutisce e imbestialisce l’uomo? Che non pochi credenti hanno perso la fede in Dio a causa della propria e altrui sofferenza?
    La considerazione della sofferenza come un valore, può generare, ed ha generato, una sorta d’indifferenza verso il dolore altrui, con nefaste conseguenze tuttora evidenti nel nostro Paese, dove si fanno leggi inique sul fine vita, e dove la terapia del dolore è ancora poco praticata.
    Renato Pierri

    • mimarzano ha detto:

      Grazie Francesca! alemno così posso rispondere a questa persona che, da quello che scrive, non ha letto nulla di me… non ha nemmeno gettato un occhio a Volevo essere una farfalla… perché è tutto il contrario che dico… perché la sofferenza, quella profonda e terribile che in tanti conosciamo, è sempre inutile e sempre senza senso… solo che quando la si attraversa non si può fare altro che cercare di “farne qualcosa”… ma il signore in questione cerca la polemica… e allora gliela lasciamo fare…

  11. isabella ha detto:

    Che meraviglia! Trovare questo blog è stata una sorpresa davvero piacevole.
    Avendo da anni rinunciato alla televisione, con grande interesse la seguo attraverso i libri e gli articoli che pubblica… Ora questo blog è un vero regalo, da mettere tra i “preferiti”!!!
    Grazie
    Isabella

  12. Renato Pierri ha detto:

    Gentile professoressa, ma le pare? Le pare che “questa persona” che ha una sincera simpatia per lei e che la stima moltissimo, “cerca la polemica”? Mi sono limitato a dire che le sue parole, così come si leggono sul suo blog, possono dare adito a fraintendimenti, e che sarebbe quindi giusto mostrare contemporaneamente anche l’altra faccia della medaglia.
    Non intendevo, però, metterla sul piano di Giovanni Paolo II, che della sofferenza fa l’elogio. Già altrove ho mosso critiche alla Lettera Apostolica del pontefice, e le sue parole sul blog mi sono servite come occasione per ripeterle.
    Se avessi letto “Volevo essere una farfalla”, probabilmente non l’avrei citata. Ma non l’ho letto, e me ne scuso. La conosco per averla sentita più volte in televisione, per aver letto alcuni suoi articoli (ad uno ho mosso una piccola critica in una lettera pubblicata da Il Manifesto, l’anno scorso), e per aver letto il suo libro: “Sii bella e stai zitta”.

    Ed ora, senza polemica, accetta un’altra piccola critica? Oppure devo prima leggere tutti i suoi libri? Scrive qui sopra: “perché la sofferenza, quella profonda e terribile che in tanti conosciamo, è sempre inutile e sempre senza senso… solo che quando la si attraversa non si può fare altro che cercare di “farne qualcosa”.
    A me pare che purtroppo le cose non stiano così. Lei dopo aver attraversato la sofferenza ha cercato di “farne qualcosa”, dopo che la sofferenza ha già fatto qualcosa su di lei. La sofferenza su di lei ha sortito un effetto positivo. Ed è questa la cosa triste, che lei abbia dovuto attraversare le tenebre per essere quella che è oggi: “Se non avessi attraversato le tenebre, forse non sarei diventata la persona che sono oggi”. E’ una triste realtà che purtroppo non possiamo negare. L’errore che fanno tanti, e che fa Giovanni Paolo II, è di fingere che non esista l’altra mostruosa faccia della medaglia.

    In ogni modo, alle volte faccio critiche, per avere una risposta, e approfondire il discorso.

    Un saluto cordiale
    Renato Pierri

    • mimarzano ha detto:

      Caro Renato, non pretendo certo che legga tutti i libri… solo quello di cui parla… quello sulla mia sofferenza… perché una citazione estrapolata non fa capire molto… ma forse sono io che non avrei dovuto “estrapolare” la citazione che tanto la preoccupa…

  13. Renato Pierri ha detto:

    Cara Michela, non parlavo, infatti, del suo libro ma della sua citazione, e non tutti coloro che la leggono, sono poi tenuti ad andare a leggere il libro dal quale è tratta.

    Non sono solo le sue parole e la sua sofferenza a preoccuparmi, ma la sofferenza del mondo intero.

    Però non ha risposto alla mia ultima piccola critica…

  14. stefano ha detto:

    Dott. Pierri, premettendo che questa non vuole essere nè una difesa della cristianità nè della prof.ssa Marzano ( che sa difendersi molto meglio anche senza di me), le consiglio vivamente di rileggersi l’Enciclica e anche qualche padre della chiesa perchè credo che la polemica le sia sfuggita di mano. Citando: ” Indipendentemente da questo fatto, è un tema universale che accompagna l’uomo ad ogni grado della longitudine e della latitudine geografica: esso, in un certo senso, coesiste con lui nel mondo, e perciò esige di essere costantemente ripreso. Anche se Paolo nella Lettera ai Romani ha scritto che « tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto »(3), anche se all’uomo sono note e vicine le sofferenze proprie del mondo degli animali, tuttavia ciò che esprimiamo con la parola « sofferenza » sembra essere particolarmente essenziale alla natura dell’uomo.”( Salvifici doloris ) rispondo a quello che lei dice su quanto riguarda l’altra faccia della medaglia. Esulando da scritti ecclesiastici, si riveda anche Schopenauer, dove nell’Etica egli parla della sofferenza (cfr. dolore) come mezzo per toccare il fondo e quindi potersi elevare alla catarsi e, attenzione, non da soli, ma collettivamente. Quando lei, sig, Pierri, parla dell’abbrutimento delle persone provocato dal dolore, sta dimenticando sempre la collettività umana. Non esiste catarsi umana, o tensione all’Infinito, quando si è da soli. Nell’accezione aristotelica dell'”animale politico” si veda il termine politico come la capacità unica dell’essere umano di completarsi l’uno con l’altro attraverso il confronto. Schopenauer la chiamava “simpatia” con l’accezione grecista. Credo che, nell’atto di scrivere il suo libro, la prof.ssa Marzano, forse inconsciamente, voleva dare conoscenza al mondo del suo dolore provato e affrontato e molto probabilmente condividerlo “simpaticamente” con tutti. Forse anche per evitare agli altri di arrivare al suo traguardo doloroso e di voltare pagina prima. E non penso che tutto ciò sia stato scritto o pensato senza aver di fronte proprio quella parte del dolore definita “la notte buia dell’anima”.

  15. francesca ribeiro ha detto:

    Polemica? Quale? Il signor Stefano, a differenza di Michela, non ha ben compreso quanto ha scritto il professor Pierri. Forse gli converrebbe rileggere con più attenzione, e magari, se vuole capire meglio il pensiero del professore sulla sofferenza, potrebbe leggere i suoi libri.
    Francesca

    • stefano ha detto:

      Attenzione. La mia non era e non voleva essere una polemica ma solo una constatazione riguardo a ciò che aveva scritto il dott. Pierri. E non voglio nemmeno che questa sequenza di post diventi un luogo per parlare di altro (ndr. Chiesa). Francesca, ho letto molto bene tutto ciò che è stato scritto, altrimenti non avrei risposto. Non ho letto gli scritti del dott. Pierri e me ne scuso ma mi sono documentato un poco e, mi creda, anche io studio parecchie cose riguardo il cristianesimo.

  16. lina argetta ha detto:

    Sono proprio felice di averla conosciuta attraverso “Volevo essere una farfalla” 35 anni fà ero una donna infelice e triste che attaversava quel deserto di solitudine interiore e quella sensazione profonda di non essere amata e stimata. I libri mi hanno salvato la vita!sto regalando a tutte le mie amiche il suo ultimo e comincerò a leggere tutti i precenti!
    A Cassino (FR) organizzeremo con il comitato SNOQ e gli operatori della ASL un convegno sull’anorresia (molti sono i casi tra giovani nella nostra realtà) se lei potesse esserci per noi sarebbe fantastico, se verrà a Roma prossimamente e se è d’accordo potremmo concordare il periodo.Grazie per tutto!!!

    • mimarzano ha detto:

      Per ora non mi muovo dalla Francia… ricomincerò a girare un po’ a fine febbraio… mi devo operare al ginocchio… grazie per quello che dice… ne riparliamo senz’altro…

  17. miriam della croce ha detto:

    Gentile professoressa, ho letto il suo bell’articolo su La Repubblica di oggi.

    Ho pubblicato la breve lettera seguente su qualche sito internet, oltre che su un paio di quotidiani.

    Il Sole 24 Ore 24 novembre 2011; Liberazione 24 novembre
    “Quel che è accaduto a Velletri”
    “Una cosa davvero preoccupante”
    Hanno protestato barbaramente, devastando il Tribunale di Velletri, i parenti e gli amici dei tre giovani condannati ad otto anni di reclusione per la violenza di gruppo su una sedicenne. Al misfatto incivile e gravissimo dei loro protetti, hanno aggiunto altro misfatto incivile e gravissimo. Se quei giovani fossero stati condannati alla stessa pena per aver rapinato una banca, si può essere certi che non ci sarebbero state simili proteste. Molte persone, infatti, ancora oggi, sono persuase che in fondo fare violenza carnale (inevitabilmente anche morale) ad una donna (una ragazzina nel caso specifico), non sia cosa poi tanto grave, forse per niente grave. E questo è davvero preoccupante, triste, avvilente.
    Miriam Della Croce

    Ed ecco il commento sconcertante di “Tiziana”, su Oggi.it posta:

    “gentile signora Miriam,
    no alla violenza ma anche no andarsela a cercare! chi ha detto a quella ragazza di recarsi in chissà quale posto con dei ragazzi magari fatti?qualcuno l’ ha obbligata!?poteva starsene a casa sua o con le sue amiche e non civettare ! un conto è lo stupro di una donna in metropolitana un’ altra è questa!”

  18. francesca ribeiro ha detto:

    Michela ti segnalo un’altra lettera di Renato Pierri che ti riguarda. Però tu non maltrattarlo come l’altra volta! E’ stato mio professore di religione ed è una bravissima persona.
    Liberazione 1 dicembre 2011
    Il diritto di morire e la regola d’oro
    Su La Repubblica del 30 novembre, Michela Marzano scrive: «Perché è difficile chiedere a un medico, la cui vocazione in fondo è quella di “far vivere”, di essere poi anche capace, in
    determinate circostanze, di “far morire”». E’ difficile chiederlo ad un medico contrario all’eutanasia, ma non ad un medico favorevole all’eutanasia. Un medico cristiano, ad esempio, potrebbe applicare la regola d’oro: “Quanto dunque desiderate che gli uomini vi facciano, fatelo anche voi ad essi” (Mt 7,12). Poi la filosofa scrive: «Ma è anche difficile dire a chi non vuole più vivere: dai, un piccolo sforzo! non ti rendi conto che non spetta a te decidere come e quando andartene? Perché non esiste un “diritto di morire”. Su questo non ci sono dubbi. Ce lo ha recentemente ricordato anche la Corte europea dei Diritti dell’Uomo». Perché non ci sono dubbi? Non sarebbe opportuna una spiegazione, gentile filosofa? Perché ho il diritto di rifiutare un mal di denti, una bastonata, la schiavitù, qualsiasi cosa che mi tormenti, e non ho il diritto di rifiutare la vita, qualora essa stessa sia per me un tormento?
    Renato Pierri

  19. miriam della croce ha detto:

    Gentile Francesca, Michela Marzano su Facebook ha precisato il suo pensiero, riconoscendo in qualche modo di non essere stata chiara nel suo articolo su La Repubblica. Ha scritto, tra l’altro: «Quando dico che non esiste un “diritto di morire” mi riferisco a un “diritto fondamentale” nel senso giuridico del termine… quando il “diritto” implica un “dovere”… Non voglio dire che in fase terminale di una malattia incurabile si debba essere perseguitati dai medici… che si debba tollerare l’accanimento terapeutico… anzi… cito apposta la legge francese che permette non solo di “interrompere” ogni trattamento, ma anche di agevolare con gli analgesici la fine… dico solo che sarebbe drammatico, di fronte ad una persona che dice “voglio morire”, che il suo “dire” fosse automaticamente preso alla lettera… rispondendo con un “atto” alla sua “parola”… […]”».

    A mio modesto parere, però, anche l’affermazione che non esiste un diritto di morire nel senso giuridico del termine, non è del tutto esatta, giacché tale diritto è stato riconosciuto in diversi Paesi.
    Mi sembra poi sin troppo ovvio che nessuno si sogna di esaudire automaticamente il desiderio di una persona di voler morire. E’ sin troppo ovvio che si tenti prima il ricorso a ogni mezzo per rendere al malato la vita sopportabile, e distoglierlo dal suo proposito. Oppure vogliamo immaginare un medico che, al paziente che invoca la morte, risponda: “Ottima decisione, preferisce un servizio immediato, oppure tra qualche giorno?”.

  20. graziano guazzi ha detto:

    mi chiamo Graziano Guazzi (Parma) sono Rotariano, delegato al Rotaract (giovani). Di recente ho letto “fedeltà o vero amore”. MI ha colpito. Mi piacerebbe, come Rocatract (fa parte della nostra mission) organizzare un incontro a Parma, sul quel tema, coinvolgendo le scuole. E’ possibile? A quali condizioni? Conto su una risposta qualunque essa sia. Grazie.

  21. Salvatore ha detto:

    Ciao Michela Io sono Salvatore e ti ho chiesto: “Ma papà che dice?”
    Mi è piaciuta molto la tua presentazione.

    A Presto.

  22. paola ha detto:

    Ho appena terminato di leggere “volevo essere una farfalla”
    ….da cuore a cuore…..complimenti!
    Buona Vita Michela!!
    Paola

  23. catia ha detto:

    Ho terminato il suo libro “Volevo essere una farfalla” mi sono ritrovata dalla prima all’ultima pagina e quante cose vorrei dirle di come anch’io, oggi ha quarant’anni riesco, a volte più a volte meno, a far pace con me stessa, di quanto mi ha commosso la bellezza incisiva e delicata della sua scrittura, e vorrei dirle ancora tanto ma ciò che più semplicemente voglio dirle dal cuore è GRAZIE

    Con affetto Catia

  24. Costanza ha detto:

    Cara Michela,
    grazie per aver messo in luce temi come l’anoressia, la sofferenza, il vuoto, l’accetazione di noi stessi e dei nostri limiti, la paura e il coraggio di ricominciare; temi che purtroppo spesso vengono minimizzati o banalizzati; grazie per aver indagato così a fondo sulla complessità dell’essere che ormai è diventato quasi un taboo perchè l’importante è ciò che appari e non ciò che sei, l’importante è quello che devi dimostrare agli altri e non quello che provi dentro. E grazie perchè, come dice lei, troppo spesso non si trovano le parole per esternare quello che si porta da troppo dentro, mentre nel suo libro “Volevo essere una farfalla” le ha messe chiaramente nero su bianco, spero un giorno anch’io di poter fare più chiarezza tra il mio “io ideale” e il mio “io reale”, spero di poter ripercorrere il passato, che fa tanto male, serenamente, per riscoprire quelle parti di me che ho lasciato un po’ così, ho abbandonato, perchè cominciavano a diventare un peso, per me e per gli altri. Grazie per essere un barlume di speranza per tutti quelli che sono caduti in basso e cercano la forza di ricominciare!

  25. daniela ha detto:

    mi chiamo Daniela e ci siamo incrociate ieri, 26/4/2012, a Lucca dove Lei ha tenuto un incontro. Sono stata felice di averla ascoltata e di aver letto il suo libro. Ieri la commozione era troppa e non sono riuscita a dirle niente anche se me lo ha chiesto. Le parole da dire sarebbero tante ma l’unica cosa veramente importante e vedere la possibilità di risalire dal troppo vuoto che spesso mi risucchia, dal vedere verbalizzato da lei quel disagio profondo al quale non si sa dare nome e che gli altri scambiano per sterili dissertazioni sul senso della vita liquidandomi con banalità del tipo non si può avere tutto dalla vita, il vero amore non esiste, ma che vuoi di più tanto hai già tutto quello che un donna può avere……ma il tuo corpo,la tua mente sanno che non è così e allora la depressione, il panico e quant’altro. Ho consigliato la lettura del suo libro a mio marito, alle persone che amo per tentare di dare voce al mio vuoto ma ovviamente non l’hanno fatto forse hanno più paura di me.
    Con tanto affetto

  26. iacopo chiarini ha detto:

    Buongiorno Michela, prendo spunto dal tuo articolo apparso ieri su La Repubblica “Ma conoscere il futuro rimane un’illusione” per fare la seguente considerazione.
    Quando i test clinici da diagnostici diventano predittivi, la prospettiva dell’uomo si spalanca verso il futuro. Un’idea astratta, un concetto quello del futuro, che sebbene inafferrabile (quando riesco a carpirlo si tramuta per incanto in qualcosa di altro, il presente), sostiene e promuove la vita dell’uomo. Il futuro ci allontana dalla nostra finitezza. E’ l’idea, la speranza in un futuro migliore, ritagliato secondo i nostri desideri, non già la capacità dell’uomo di farsi carico del proprio destino, che solleva l’individuo dalla pesantezza dell’essere. Un test predittivo, con tutte le incertezze che comporta (la sua autoritá, il grado di probabilità dell’avverarsi della sua profezia, la disponibilità di una cura quando della cura ci sarà bisogno, la sua mancanza di polso per prendere al guinzaglio un futuro che saprà comunque sorprenderci) trascina il dispiegarsi della nostra vita da un futuro in cui sperare a un destino da gestire. E allora, di fronte a questo arduo compito, che ci obbliga a riconsiderare il qui e ora come un’ombra di rondine in questa giornata primaverile, il mio timore é che possano essere scalzati i principi del vivere comune. Se ho un male incurabile, riusciró ancora a pensare a un futuro, che a questo punto diventa un futuro per gli altri? O la mia visione del mondo verrà schiacciata verso un egocentrismo nichilista, che non conosce nè interesse, nè rispetto per gli altri, interesse per gli altri?
    Mi rendo conto di aver riportato la discussione su uno scenario cui fanno da addobbo le debolezze dell’uomo, ma non sono già queste nostra delizia e nostro castigo, fonte delle più alte espressioni dell’uomo e al contempo dei periodi più bui?
    Con tanta ammirazione
    Iacopo Chiarini

  27. Stefania Righi ha detto:

    Ciao Michela
    Mi permetto di darti del” TU”per le innumerevoli affinità interiori,di percorso e di pensiero che ho trovato in”VOLEVO ESSERE UNA FARFALLA”.Ho letto li tuo libro tutto d’un fiato,senza riuscire a interrompermi,poi una volta finito l’ho riletto con attenzione ,sottolineando le parti per me più significative( quasi tutte).L’ho trovato EXCELLENT!Sei riuscita a dare corpo,con le parole, a una sofferenza che conosco molto bene e che non riesco a comunicare,perché la forma nega la sostanza:IL TERRORE DI NON ESSERE VISTA e di conseguenza l’impossibilita di essere amata…e senza amore nessun essere umano può essere felice.Sei riuscita perfettamente nel tuo intento,perché hai investito le parole di una valenza AFFETTIVA! Senza la quale il discorso si svuota ,diventa tecnico,fa appello alla logica, alla coerenza….insomma una serie di istruzioni per l’uso che se non riesci a seguire ti senti ancora più inadeguata.parli di amore,di cura(i care come dico anch’io,perché mi corrisponde di più)di fiducia ,di rispetto,in un modo che mi corrisponde TOTALMENTE ma che ho difficoltà a condividere….soprattutto nella praticare la vita.E allora anch’ io sono una rompipalle TROPPO ESIGENTE ….TROPPO TROPPO di tutto ESAGERATA!”Il mondo non va così “…ma io non riesco ad accettarlo! Non riesco a rassegnarmi senza almeno provarci…l’ ho sempre fatto e continuo a farlo, anche ora che sono vicino ai 60 anni.E’ l’ unico modo che conosco per non morire,per tentare di tornare a vivere dopo essere stata trattata come UN OGGETTO ( da un uomo …naturalmente)gettato in un cassonetto,perché non serve più… Non ha più un valore d’ uso.Continuo a stupirmi e a chiedermi come e’ possibile che questo concetto possa essere applicato” alle persone,ignorandone i sentimenti,le emozioni e soprattutto cosa si può fare per impedirlo….per impedire che capiti ancora a me,ma anche ad altri.Tu con il tuo libro HAI FATTO MOLTISSIMO! e te ne sono immensamente grata.Mentre ti leggevo mi e’ venuta l’ immagine di faro che fa intravedere una luce mentre c’ ancora la tempesta.Io sono un’ insegnante e nel mio piccolo,ho sempre cercato di educare alle emozioni,pagando anche qui dei prezzi molto elevati …..forse bisognerà aspettare molto tempo prima che possa affermarsi una cultura della persona nella sua completezza e non solo su quello che sa fare…o forse non avverrà mai ,ma vale la pena scommetterci. Non credi?
    Un abbraccio e un grazie di cuore.
    Stefania
    O

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