Stupro? Hai detto stupro?

A volte mi chiedo se riusciremo mai a parlare. E quando dico parlare, voglio dire dialogare veramente. Ascoltarsi. Rispondersi. Perché più il tempo passa, più ho la sensazione che certe parole sono impronunciabili. E quando qualcuno le evoca, immediatamente si crea il gelo… Come ieri sera… Avevo appena detto che dovevo partecipare ad un dibattito sullo stupro… ed ecco che immediatamente è arrivata la doccia fredda… “gli uomini non sono il male, signorina Marzano!” A parte il fatto che ormai non ho più l’età per farmi chiamare signorina (ma lasciamo pure stare questi dettagli)… quello che non ho capito è il legame tra “stupro” e “uomini per definizione cattivi”… Coda di paglia? Stupidità? Paura di guardare in faccia la realtà? Non lo so. Non riesco a capirlo. Nonostante ce la metta tutta… Perché su temi come questo si dovrebbe lottare insieme, donne e uomini che dialogano e cercano di trovare una soluzione, invece di continuare a farsi la guerra. L’uomo non è affatto “il male”. Esattamente come la donna non è “il bene”. É lo strupro che è insopportabile. Perché annienta. Distrugge. Fa a pezzi. E nessun essere umano dovrebbe mai subire una tal violenza di fronte all’indifferenza o all’incomprensione degli altri.

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32 risposte a Stupro? Hai detto stupro?

  1. Signorina, come, ci, mi chiamano ancora all’università e anche io non ho più l’età!
    Spesso le persone fanno questo tipo di affermazioni perché il ragionare per alcune di loro é un meccanismo che implica un dispendio energetico alto. Ci si ferma alla soluzione banale ma apprezzata da molti. Dello stupro fa male anche il suo nome, come se fosse una parola onomatopeica che si porta dietro tutto il suo odioso pesante carico.

    • mimarzano ha detto:

      Perfettamente d’accordo! Anche solo la parola fa male… per questo mi sembra assurdo continuare a velarsi la faccia invece di affrontare il problema

      • Ho capito che siamo in pochi ad affrontarli certi problemi, la mediocrità di pensieri e di fatti concreti ci circonda, l’ipocrisia é diventata la moneta di scambio di tante troppe persone. Ok é facile esserlo, una soluzione di comodo ma come si vive così? Io per natura e per educazione ho sempre affrontato occhi negli occhi i problemi ma ormai una merce rara spesso denigrata perchè allo scoperto e facilmente attaccabile, non avendo addosso quel velo di ipocrisia che circonda gli altri.
        Il terreno preferito dei nostri coevi e non é la sabbia dove nascondere la testa.

      • Giovanni Molon ha detto:

        Lo stupro è un male subito o un male imposto, il male è un concetto che definisce quasi sempre un azione, tuttavia è anche qualcosa di molto più indefinito.
        Non sempre quello che chiamiamo male, è qualcosa di oggettivamente condiviso, lo stesso può dirsi del bene…
        Non esistono dubbi per la maggior parte di noi a definire: “ male” uno stupro, nondimeno lo è anche per chi lo compie?
        Possiede la stessa valenza ?
        E’ impressa in ognuno di noi la consapevolezza di ciò che è male o bene?
        Se fosse così, dovrei credere che esista una forza superiore la quale induca a superare tale consapevolezza, ignorandola per un bene egoisticamente personale.
        In realtà, cos’è bene e cos’è male? Qualcosa di comunemente condiviso e impresso in un processo esperenziale legato alla società o cultura nelle quali siamo cresciuti, oppure qualcosa di innato, impresso nel DNA come qualità assoluta.
        Al di la di queste considerazioni, il velo che nasconde, con ipocrisia, molte questioni nella nostra Italia non trova limiti, sembra quasi che non parlare di certe questioni possa, in qualche modo, esorcizzarle e risolverle, mentre realmente rimangono e crescono esponenzialmente, in un sottobosco oscuro e sempre meno illuminato dai media, come accade per le innumerevoli voci che esprimono un malessere crescente, dilagante, che quasi mai si possono udire, coperte da una sordità voluta e pilotata ad arte.
        Esiste tuttavia anche una sordità personale, che induce alcune individui a rimuovere incoscientemente tutto ciò che procura paura, dolore sofferenza, non volendo ascoltare o dialogare di quanto provoca disagio, squilibrio.
        La variabili dei motivi e le sfumature che conducono ad alcune scelte, sono tante quante le gradazioni che dal bianco conducono al nero.
        E’ mia convinzione che in ognuno di noi siano presenti tutte queste variabili, colori compresi, e che a emergere su tutte sia esattamente quella che decidiamo coscientemente di alimentare maggiormente.
        E’ necessario porre quanto più possibile in luce le nostre ombre, affinché sia possibile osservarle attentamente e, conoscendole, poter scegliere.
        jo

  2. Ivana ha detto:

    Io credo che la paura di questa parola origini più che altro da fenomeni di rimozione e di rifiuto, dall’aver paura di ammettere intimamente che in ognuno di noi alberga un frammento di male oppure che tutti siamo esposti, come potenziali vittime, ad eventi simili.
    L’identificarsi, poi, come predatore (il maschio nella cultura più diffusa al mondo) e viversi come tale, credo siano due facce dello stesso problema: sono un maschio, quindi vado a caccia di “prede” da milioni di anni. Mi hanno lasciato intendere e praticare la violenza perchè ho sempre posseduto il corpo delle donne ed ora mi dicono che sono il male del mondo solo perchè esercito il diritto di prendere ciò che mi appartiene.
    Quindi, da un lato, la cultura impartita nei secoli che è arrivata sino ai nostri giorni e, dall’altro, il disagio di sentirsi sbagliati e colpevoli e di non avere più punti fermi cui aggrapparsi.
    Fortunatamente la maggior parte degli uomini ha mediato su questo, ma resta il fatto che in ognuno di loro la parte che si sente padrona di una donna, chi più chi meno, c’è, esiste sempre, ed è difficile da smantellare perchè questo passa attraverso le donne, nel messaggio che una madre trasmette ai propri figli.

    Dall’altra parte credo che non si debba nemmeno escludere che ci siano anche persone di sesso maschile che si sentano stanche di essere messe sotto una lente, di essere sezionate al microscopio, come talvolta accade, pur sapendo di non essere quella specie di individuo e che sentano ingiustamente ricadere su di sè le colpe di un genere di uomini a cui sentono di non appartenere. Dico questo perchè a me, ad esempio, capita di reagire di fronte a frasi piuttosto deprimenti sulle donne perchè in questa parola si identifica tutto l’universo femminile, anche nelle sue componenti più sconfortanti e avvilenti, frasi che affondano le loro radici in un pregiudizio che non vuole morire e che appartiene alla cultura del sottomettere e del lasciarsi sottomettere.

    Le forme di sottomissione sono ancora tantissime, troppe, perchè la sottomissione, oggi, si esercita in modi più sottili, più subdoli rispetto ad un tempo e le donne non sono ancora sufficientemente consapevoli e forti del loro valore.

    In ogni caso, viviamo un tempo in cui davvero certe parole evocano paure, ma penso che siano solo cambiate le parole e che le paure siano quelle di sempre.

    • mimarzano ha detto:

      Cara Ivana, è vero, le forme di sottomissine sono tante. Perchè tanta è la voglia di dominare e di schiacciare chi è più fragile, chi è vulnerabile… l’essere umano è complesso e il lavoro di “civiltà” consiste proprio ad insegnare a contenere le proprie pulsioni e a rispettare gli altri…

  3. Pasquale ha detto:

    E’ una schifezza pensare che una violenza, la massima, fisica e psichica, possa avere giustificazioni, al di là della morale trascendendale che a volte queste schifezze le perdona. Non può trovare giustificazioni guradando nell’ambito animale, nè pensando di agire secondo un certo diritto naturale o con la convinzione patologica di non fare del male perché bisogna abbattere una certa finta resistenza. E’ in ogni caso un atto obbrobrioso che annulla una persona e la umilia al di là delle conseguenze fisiche e psiche per la trasmissione di malattie (fatto non trascurabile). Bisogna parlarne per svergognare chi commette lo stupro.

  4. cristina grifoni ha detto:

    “Le azioni erano mostruose,ma chi le fece era pressoche’ normale,ne’ demoniaco ne’ mostruoso.”La banalita’ del male.H.A.

    • mimarzano ha detto:

      Sono d’accordo. Hannah Arendt ha perfettamente ragione. Non si tratta di demonizzare gli autori di questo crimine, ma di evitare che venga commesso (e talvolta anche giustificato)…

  5. m.c.cartagenova ha detto:

    ci sono due parole in Italia che sono proibite: stupro e pedofilia

  6. maria ha detto:

    La sensazione che ho, che mi angoscia è che la violenza, ogni tipo di violenza, stia subendo un processo di normalizzazione. Se ne parla, si fa finta di voler risolvere il problema attraverso il clamore delle notizie approfondite nelle varie trasmissioni dove il dolore è diventato un business.
    E’ come se tutto fosse accettabile, anche lo stupro e le violenze che ogni donna ogni giorno subisce quasi senza accorgersene. Noto una forte perdita di dignità da parte di noi donne, pronte a tutto per emergere, per non rimanere nell’angolo, per evitare una vita “normale”. Devono cambiare i modelli, perchè ho paura che oggi le nostre “eroine” abbiano altro a cui pensare e nn hanno tempo per parlare di temi importanti come lo stupro. Deve cambiare la cultura sulla donna perchè nessuno possa mai più dire che il problema non sono i maschi. La donna sta attraversando un momento buio, il problema è che ce ne accorgiamo in pochissime.

  7. mimarzano ha detto:

    Sono d’accordo che il male e il bene non sono concetti monolitici… solo che nel caso dello stupro (esattamente come ogniqualvolta si provaca volontariamente la sofferenza di un’altra persona) non penso che ci possano essere dubbi. Anche colui che stupra lo sa bene. Perché il suo è un gesto di odio. Che cancella l’altra persona. E allora sì, caro Giovanni, in questo caso non ho dubbi: è male

  8. Massimiliano ha detto:

    “Sono un maschio”, Questo è ciò a cui sono stato costretto ad orientarmi fin da bambino, un universo di aspettative vincolanti e feroci, nulla che si trovasse al di fuori di questo codice sarebbe stato accettato, ne tanto meno qualcuno ne avrebbe condiviso il peso. Rifiutare e reprimere rimane l’unica via per essere cittadino del conformismo, un po’ come si fa per fare i bonsai, si tagliano i rami più grossi e si lasciano quelli piccoli, e tutto cresce poco. Mica è difficile fare il macho in occidente, tieni tutto dentro e fai un po’ lo stronzo che non deve chiedere mai. La coordinata identitaria che ne deriva non sembra mica male, sei bello, forte e tra i due generi sei quello benedetto, quello dominante, DEVI essere quello dominante, pena la perdita del certificato di appartenenza. Il bisogno di essere qualcosa di riconoscibile anche in un altrove rispetto a te, è fortissimo, tutti insieme si simula un’appartenenza fittizia reciproca e condivisa, creduta vera e valida solo grazie al codice di riferimento venuto fuori chissà come e chissà quando, ma altamente vincolante, questo bisogno identitario è così forte, che pare essere l’unica garanzia o alternativa rispetto alla tenebra senza memoria da cui tutti in realtà sembriamo provenire. Qualcosa che fa vacillare questo edificio di credenze è una minaccia, e va annientata, e se questa minaccia è donna qual è il modo migliore di annientarla se non quello di ridurla a un corpo senz’anima e toglierle quello che sentivi minacciato in te, e cioè il possesso di se stessa? Ma a qualcuno fortunato può succedere altro, per esempio che la vista di tutte le bussole della propria identità di comodo frantumate al suolo diano una sensazione mai provata prima, una libertà sbalorditiva a disposizione, nessuna verità per carità, ma un salto, come quelli dei paradigmi scientifici di cui parlava Kuhn, un passaggio senza continuità, un salto appunto, una rottura, così come Copernico e Galileo hanno reso inutile la complessa creatura di Tolomeo senza collegarcisi, ma sovrastandola; ma il paradigma questa volta è cognitivo, tutto ciò che era cessa di essere nel modo in cui veniva dettato dal vecchio paradigma, l’identità è un divenire cre-attivo incondizionato e libero, non una concessione altrui da ricevere passivamente e solo a condizioni, i vincoli e le aspettative che ti promettevano di essere sono ciò che te lo impediscono, dominare o essere dominati sono atti della paura, tutti gli altri sono li con te per essere incontrati, nessuna minaccia nessun pericolo, molti miracolosi prodigi a disposizione e verso cui donarsi.
    Scusate lo spazio, ma le donne non sono le uniche devastate dalla cultura patriarcale del testosterone difettoso. Ciò che nasce per devastare non riesce a fare altro.
    Un problema potrebbe essere chi è sicuro di aver assunto il sistema copernicano, ma continua a pensare a come perfezionare la teoria degli epicicli.

    • Massimiliano ha detto:

      Nell’atto di affermarsi l’uomo è inciampato in se stesso, si è aggrovigliato nella sua ombra, nel suo sogno, nella sua immagine: il sogno del suo potere e del suo essere portato all’estremo, convertito in assoluto.
      Marìa Zambrano

    • mimarzano ha detto:

      Questo spazio appartiene a tutti. Quindi nessun bisogno di scusarti. Al contrario. Tanto più che sono perfettamente d’accordo con te. Anche tanti uomini sono devastati dalla cultura patriarcale. E’ importante dirlo e ripeterlo

      • Massimiliano ha detto:

        L’ho presa da “Persona e democrazia. La storia sacrificale”, Bruno Mondadori pag 65, ri-contestualizzandola ovviamente, ma ben si adattava. Amo molto la Zambrano.
        E’ vero, è importante dire e raccontare di come la nostra cultura patriarcale imponga una violenza limitante, ma se penso a quanto era potente questo edificio identitario, a quanto era vivo e tiranno, e aveva un assenso, il mio, di cui non conservo alcuna memoria (tanto deve essere avvenuto presto), se penso al percorso particolare e fortunoso che mi ha portato prima ad avvertirlo come presenza costante e dolorosa, poi a smascherarlo e infine a demolirlo, allora penso che sia molto difficile, innanzitutto da spiegare, perché non è stata un’esperienza deduttiva intellettuale, ma un altro tipo di sentire e di capire, nato nella sfera cognitiva, un’indagine che il sé compie su se stesso, a partire dal dolore che è il sintomo, fino a smascherare il vero impostore, una struttura che hai vivificato ma che non ti somiglia, solo se la vedi puoi toglierle l’assenso e lasciarla andare, una piccola morte di una parte predona e mai alleata. Potrebbe sembrare che sto eccedendo in drammaticità, ma ti assicuro che se tu hai scritto “Volevo essere una farfalla”, io potrei scrivere “volevo essere Achille”, o Superman o scegli tu. E non smette di sbalordirmi la vita che inizia a fiorire in me, senza guardiani, aguzzini e giudici severi.

  9. Lucia Tarola ha detto:

    Non so se Hannah Arendt avesse ragione.
    Io che uno stupro l’ho subito non riesco a scindere l’atto dalla persona che l’ha compiuto.
    E trovo siano mostruosi e demoniaci entrambi.
    La strada della malattia che già avevo parzialmente imboccato si è spalancata davanti ai miei occhi da quel momento.
    E un colpevole, almeno uno dei tanti, doveva essere identificato.
    Sono passati anni e dopo anni riesco a scriverlo.
    Ma NON a parlarne a voce.
    Ne’ a pronunciare quella parola.
    Come se fosse colpa mia, come se fossi io ad avere qualcosa di cui vergognarmi.
    So che è una sensazione comune e riconducibile a questa esperienza ma, nonostante io ne sia stata vittima, posso identificare il male nell’essere maschile e il bene in quello femminile.
    E’ una teoria stupida e priva di fondamento.
    Siamo esseri umani diversi per natura.
    E posso assicurare di aver conosciuto donne terribilmente cattive.
    Non è un fatto di genere.
    Non lo è mai stato e non lo sarà mai.

    • mimarzano ha detto:

      Cara Lucia, sì non si può scindere. Quello che hai vissuto è insopportabile. E ovviamente ogni parola è banale e stupida e non può riparare quello che è successo. Colui che ha osato farlo è colpevole. Terribilmente colpevole. Quello che volevo dire citando Arendt è che il colpevole è un essere umano e non un “mostro” perché se lo si chiama mostro lo si esclude dall’umanità, mentre è proprio un uomo che ha agito e che, in quanto uomo, deve assumersene le conseguenze. Ti stringo nelle mie braccia con dolcezza… anche se non serve a nulla… ma talvolta un nulla è già tanto…

      • Lucia Tarola ha detto:

        Talvolta il nulla è tutto.
        Prendersi le proprie responsabilità è una delle mie frasi ricorrenti.
        Ti abbraccio anch’io.

    • Massimiliano ha detto:

      Grazie Lucia per il tuo coraggio, per tutti i tuoi “coraggi”, quello di raccontare, quello di superare, quello di non ridurre a un tutt’uno da buttare, quello di guarire, quello di non dimenticare, ma anche quello di occupare spazi affrontando i tanti Monsignor Arduino Bertoldo, secondo cui una donna stuprata ha la responsabilità di aver indotto in tentazione lo stupratore. Perché anche gli occhi di un idiota che si interroga possono farci sentire in colpa.

  10. stefano ha detto:

    C’è un cortometraggio di qualche anno fa intitolato: “Piccole cose di valore non quantificabile” e rende bene l’idea. O almeno ne parla in maniera diversa.

  11. fromturin ha detto:

    Intanto ciao, Ermanno piacere. Poi: leggendo questo articolo mi sono venuti in mente molti spunti di riflessione…stupro stupro… letteralmente lo stupro non è altro che una forma di violenza, fisica, che sicuramente è deplorevole e da condannare, ma non ci si può fermare qui. Non voglio minimizzare.
    Tutti i tipi di violenza, mentale e psicologica, possono esserere chiamati stupri. La cosa peggiore sono gli strasichi psicologici che le vittime si portano dietro. Non penso all’atto di violenza in se, purtroppo sempre più comune, ma ciò che gira nella testa delle vittime nei momenti successivi, e purtroppo non sono giorni, mesi, ma anni. Potrei scrivere molto altro ma andrei fuori tema. Purtroppo quello che manca, o meglio si fa mancare, è la prevenzione. E’ un discorso complicato; le ragazzine che si comportano in maniera più “espansiva”, indossano abiti più “succinti” sono quelle a rischio maggiore di violenze fisiche: ora la colpa è il loro “essere espansive”, o degli uomini che si montano la testa, se ne approfittano e ad un rifiuto scatenano l’istinto primordiale in loro? La mentalità secondo cui “l’uomo è superiore alla donna”, purtroppo nel 2011 non è ancora estinta e questo porta molte volte a considerare un rifiuto come un affronto. Complice l’alterazione psicologica dovuta adl alcool che aumenta le inibizioni e il cocktail è fatto, ma non può, non deve essere una scusa. Quanta tristezza.
    Come dici tu purtroppo quello che fa più male è l’indifferenza, la normalità che a volte si crea davanti a violenze ripetute (qui non c’è nessun alterazione mentale): per noia, per paura, per rassegnazione, ma questo non è giusto, non deve succedere.Eppure è ancora così, nel 2011 sussistono comportamenti del 1200. Ma ti assicuro che nel nostro piccolo, scrivendo qui, forse qualcosa facciamo. Ciao.

  12. apity ha detto:

    “Stupro”, ma anche altre parole sono tabù.
    Lo stesso vale per “Anoressia”. Guai a chiamarla con il proprio nome. No, è tutto un Ana, Mia, NonMangia… Io continuo a non capire. La gente ha paura di chiamare le cose con il proprio nome e minimizza. Certe cose non vanno minimizzate. MAI!

  13. Don(n)a ha detto:

    Lo stupro, come l’abuso sessuale sui bambini, dovrebbe essere giudicato come l’omicidio dalla legge, ché ti fa morire dentro.

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