Che cos’è l’etica?

“Etica”. È una di quelle parole di cui tutti, oggi, si riempiono la bocca.  Spesso a torto e a traverso. Perché se c’è una cosa difficile da definire è proprio l’etica. Chi ne disegna i contorni? Chi detta le regole? Cosa si deve o meno fare?

In realtà, a differenza del passato, le nostre società sono pluralistiche. Il principio cardine dell’etica contemporanea è quello di autonomia, in base al quale ognuno di noi deve poter essere libero di vivere seguendo i propri valori e le proprie credenze. Non esiste più un’Autorità unica, riconosciuta da tutti e capace di dirci quello che dovremmo o meno fare in qualunque circostanza. Ciascuno deve poter decidere e scegliere come agire e come comportarsi, senza che nessun altro interferisca o salga in cattedra per dire ciò che Bene e ciò che Male. Basta col paternalismo. Basta con le interdizioni. Basta con l’idea ormai desueta secondo la quale esisterebbe un solo modello di famiglia e di sessualità (la “famiglia naturale” e l’”eterosessualità”) o secondo cui il valore della vita sarebbe sempre sacro, indipendentemente dalla sofferenza o dal dolore che si provano. Detto questo, però, i problemi restano e sono sempre più complessi. Che cosa si deve veramente fare quando ci trova di fronte alla malattia e alla morte? Che pensare della famosa “guerra giusta”, ossia degli intervanti armati in alcuni paesi del mondo in cui non vengono rispettati i diritti umani? Che fare se si hanno problemi di sterilità o se si vive con una persona dello stesso sesso quando si desidera avere un figlio? È giusto abusare del proprio potere e giustificare tutto nel nome del profitto economico?

Le domande che oggi ci poniamo in tanti sono veramente difficili. E spesso si vorrebbero trovare le risposte adeguate, senza troppo complicarsi la vita. Solo che il compito dell’etica non è mai quello di fornire ricette prefabbricate. Al contrario. Se l’etica ha un senso, è proprio perché, invece di rispondere al posto dei diretti interessati, offre loro alcuni strumenti critici e un certo numero di chiavi di lettura. Se l’etica ha un valore, è perché parte dal presupposto che ognuno di noi è caratterizzato dalla propria vulnerabilità e dalla propria finitezza e che il solo ruolo della filosofia morale è quello di far di tutto per “contrastare l’estrema fragilità della condizione umana”, come diceva già Habermas. Ecco allora che l’etica è lì per spiegare il significato dell’autonomia individuale e per “incarnarla”. È lì per cercare di mostrare i limiti di ogni concezione astratta dell’essere umano – quella secondo la quale la persona non sarebbe altro che un agente razionale sempre capace di valutare i “pro” e i “contro” e di scegliere sulla base di un calcolo costi-benefici. È li per spiegare che il “consenso”, quello che ci permette di dire “si” o “no” a qualcosa o a qualcuno, è sempre un consenso limitato dalle circostanze particolari in cui ci si trova.

All’era dell’autonomia e della libertà, l’etica ci ricorda che le “persone”, a differenza delle “cose”, non hanno semplicemente un “prezzo”, ma hanno sempre una “dignità”. Che la dignità comporta il rispetto di ogni essere umano, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle sue competenze. E che per costruire una società giusta, si deve essere capaci di parlare non solo di libertà e di autonomia, ma anche di uguaglianza e di solidarietà. Il compito dell’etica oggi è in fondo semplice: insegnare a tutti come fare per proteggere i più fragili dalla violenza e dalle prepotenze dei più potenti.

Questa voce è stata pubblicata in Articoli in Italiano e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

25 risposte a Che cos’è l’etica?

  1. Anna ha detto:

    Michela, mai pensato di fare dei podcasts audio di questi articoli? In queste settimane ti ho vista e ascoltata molto per la presentazione di Volevo essere una farfalla, ascoltarti direttamente anche per questi interventi del blog sarebbe ancora più forte.

  2. Anna ha detto:

    Non è complicatissimo, se hai un amico informatico certo aiuta.🙂

  3. Sara ha detto:

    Ciao Michela,
    ho letto questo articolo perché da diverso tempo ogni tanto m’interrogo sulla nostra capacità di percepire un senso etico. Da profana, intendo…
    Ecco… l’esistenza di questo senso etico è ciò che mi mette in disaccordo con i discorsi di coloro che vedono un futuro di distruzione, del pianeta e del genere umano. Discorsi che si fondano su una sfiducia assoluta nei confronti del genere umano. Per me constatare che anche solo alcuni individui di questo genere sono in grado di percepire un senso etico è motivo di speranza. E cioè, io vedo nell’evoluzione dell’etica l’unica possibilità di progresso per il genere umano. Allo stesso modo mi sento in disaccordo quando si cerca di semplificare le situazioni paragonando l’essere umano all’animale. Con questo non voglio sostenere la superiorità dell’uomo sull’animale, non è questo il tema, voglio solo dire che c’è una caratteristica nella specie umana (non so se sia tuttavia una prerogativa) che ci ha portato a sviluppare una qualche forma di convivenza in cui si riconosce ai deboli il diritto ad una qualche forma di tutela (o perlomeno se ne concepisce il principio). E questo, dal punto di vista prettamente scientifico solleva la questione su come questo possa garantire che la specie sopravviva a se stessa visto che negli animali ciò è garantito dal fatto che i deboli non trasmettano i propri geni. Ecco, forse, allora, è anche il concetto di debole che viene un po’ a modificarsi. E che provare senso etico potrebbe essere, per noi, un tratto di forza. Io voglio crederlo. Forse perché altrimenti non riesco ad integrarlo. E questa è forse la sfida di questo nostro tempo pluralistico. Una sfida, proprio perché l’elemento etico tende a rendere le questioni più complesse e non più semplici, proprio perché per natura esula da una concezione dogmatica che consenta di scegliere una volta per tutte un insieme di regole a cui attenersi sempre. Ed a proposito del termine usato un po’ impropriamente io credo, ma forse perché, appunto, ignorante in materia e quindi potrei ricredermi in seguito ad una qualche riflessione più informata, che ciò che mi rende sospettosa davanti ad alcuni comportamenti o opinioni fatti in nome dell’etica è il loro appoggiarsi ad un giudizio che etichetti le cose con “Bene” o “Male”. Ora, o io sono troppo possibilista e non so distinguere tra bene e male, o quest’etica è diventata un po’ di moda e diventa uno strumento per accattivarsi qualche simpatia ma utilizzato né più e né meno come come altri strumenti. Salvo il fatto che la capacità di giudizio rimane da apprezzare e da auspicarsi di acquisirla, a volte diventa l’ennesima scorciatoia per semplificarci l’esistenza davanti alle questioni. Insomma, cerchiamo di distinguere anche tra senso del discernimento e mentalità giudicante, perché la seconda, secondo me, se risolve qualche problema al singolo, ne crea un bel po’ alla comunità, cioè in quel luogo dove i singoli si trovano poi ad interagire. Dobbiamo anche salvarci in qualche modo e non è del tutto sbagliato semplificarsi l’esistenza perché quando si supera il limite di complessità che si è in grado di sopportare si rischia la paralisi e si compromette del tutto la possibilità di fornire risposte adeguate alle situazioni. Mi piacerebbe, però, che si provasse sempre ad accettare la sfida lanciataci dalla nostra natura (che comprende il fatto di avere un senso etico con cui dobbiamo fare i conti). Per me, quindi, etica vuol dire principalmente sforzarsi di andare a fondo nelle questioni e di farlo con onestà (parlo di centratura dell’obiettivo, non di senso del dovere nei confronti degli altri) e cioè con l’intento di capirle anziché di trovare la prima soluzione plausibile. Mi vengono in mente altri concetti tra cui la relazione tra piccola scala e grande scala quando si studiano i fenomeni, tra individuale ed universale e la natura, l’origine e la funzione del senso di colpa, senso di cui sono la prima vittima e che quindi vorrei estirpare alla radice ma la cui la sua stessa esistenza inevitabilmente m’impone di pormi qualche domanda. Forse una vulnerabilità alla quale siamo sottoposti grazie ad una sensibilità che dobbiamo ancora imparare a gestire come genere in modo che non sia solo causa di sofferenza e di danno per il singolo ma di forza per la specie.
    Spero di non aver detto solo una fila di banalità e di non averti fatto perdere tempo a leggere.
    p.s. Arturo è per caso tuo fratello?

    • mimarzano ha detto:

      per niente banale… e poi sì, arturo è mio fratello, lo conosci?

      • Sara ha detto:

        ma pensa… ho letto il tuo articolo perché un contatto mio su fb che non conosco e che non ricordo perché mi abbia chiesto l’amicizia ha postato il tuo articolo sull’etica. E, scusa l’ignoranza, ma solo questo, e cioè l’argomento, mi ha portato a te. Devo dire che mi era capitato prima il tuo nome (sono sempre svampita in materia politica e un po’ mi dispiace) avevo notato quel cognome, ma non avrei mai pensato che ci fosse parentela… ma nooo, figuriamoci… poi… leggendo il tuo articolo… poi Roma… Pisa… ricordavo qualcosa su questa sorella… sì, lo conosco, l’ho conosciuto al Royal Holloway, nel 1994-5, pensa un po’… poi l’ho perso di vista ma ci siamo sentiti di recente via fb, so che era a Gerusalemme… conosci Margherita? Lei è una cara amica dello stesso periodo con la quale sono rimasta in contatto…

      • Sara ha detto:

        buffe queste cose, mi lasciano un po’ perplessa a volte, cioè a volte mi pare che le cose tornino… cioè abbiano un senso…

  4. pfra64 ha detto:

    Io sento che è giusta la direzione dell’uguaglianza e della solidarietà e che è giusto il compito che Lei ci ha descritto.
    Ma allora da dove nasce l’etica, dal sentimento , da una visione positiva ed inclusiva del prossimo ?

    • Marina Convertino ha detto:

      quesito interessante! Da dove nasce l’etica? dal sentimento o dalla ragione? Io credo che la conoscenza del valore delle norme morali sia indispensabile ma non sufficiente a “guidare” verso l’idea del bene. Penso che ci debba essere qualcosa di più come una passione, un sentimento chi ci aiuti in quella direzione. E’ una mia opinione naturalmente, ma mi piacerebbe molto sentire a questo proposito la risposta di Michela.

      • mimarzano ha detto:

        hai ragione Marina, la ragione da sola è sterile, ma senza ragione si va contro il muro… quindi ci vogliono entrambi… è qui che tutto poi diventa difficile…

  5. gustavivo ha detto:

    Mi soffermo sulla parola “autonomia”. Non le sembra che in questi anni, si stia assistendo a un più o meno strisciante ridimensionamento di certe libertà individuali, in nome di un autoritarismo para-fascista? Non è che ci faranno barattare una maggiore. e presunta, sicurezza con l’assottigliamento della libertà, quindi dell’autonomia? Grazie.

  6. Elena Ferrarese ha detto:

    Condivido appieno, Professoressa. L’aspetto più difficile della questione è convincere la maggior parte delle persone (spesso in malafede) a lasciare le loro Verità incrollabili nel cassetto delle chincaglierie…..

  7. Valentina Altana ha detto:

    Etica e democrazia possono funzionare solo se attuate da persone ragionanti…i dogmatici le denaturano…è un bel problema.

  8. mimarzano ha detto:

    talvolta i dogmi rassicurano… anche se sotto il peso dei dogmi poi si soffoca… e soprattutto si stritolano le altre persone…

    • Valentina Altana ha detto:

      Giusto! Ma io penso, piuttosto, che ognuno di noi abbia le proprie verità e le nostre verità rassicurano, mentre i dogmi non tengono mai conto del contesto: è lì che si rischia di cadere nell’ottusità senza ragionamento.

  9. Roberto AURELI ha detto:

    l’etica comunque o è comunitaria o non è. La morale è l’atteggiamento coscienziale del singolo, l’ etica è l’insieme di comportamenti socialemente accettabili. Non si può, secondo me parlare di etica prescindendo da un contesto comunitario che mette in relazione l’individuo con gli altri. L’attuale società capitalistica non può consentire l’etica comunitaria ma solo etiche settoriali (deontologiche).

  10. claudiopsy ha detto:

    Oggi è difficle parlare di ETICA!
    Quando già gli amministratori della respublica ne hanno dimenticato il significato!
    Naturale che anche il costume di una nazione nè imiti il comportamento.
    Sarà forse necessario ri-formarsi all’ETICA?
    Saluti cordiali CLAPSY

  11. Saverio Mariani ha detto:

    Michela Marzano credo sia una delle poche persone delle tante che parlano, che abbia qualcosa da dire.
    Vorrei aggiungere, al volo, qualcosa sui dogmi. Anche io (aspirante filosofo, studente di filosofia) penso che se la vita fosse delimitata dai dogmi ogni uomo verrebbe stritolato ed il “mio” compito, il mio studio sarebbe inutile.
    Come dice Niccolò Fabi:”la voce più convincente è spesso quella che ti spiega meno / perché conforta, non ti contrasta / ti dice solo quello che vuoi sentire.”

    Saverio

  12. Aisa Musica ha detto:

    Parlavo con un amico facebook di Michela di etica e alimentazione sulla bacheca facebook di Michela appunto: il vegetarianesimo contro gli abusi sugli animali. E’ sicuramente una buona soluzione, ma bisogna ancora andare avanti, secondo me. L’allevamento non è solo sofferenza e medicinali che gonfiano. Io credo che se guardiamo la tv degli agricoltori alla domenica mattina su varie reti, per fortuna ci accorgiamo che in Italia abbiamo anche della gente responsabile. Ad esempio la carne di razza piemontese, secondo me è controllatissima. Essere troppo radicali sulle scelte, ci fa perdere di vista altre cose che magari sono anche importanti per fare delle scelte etiche. Ad esempio, quanti sanno che alle pecore Merinos mozzano la coda con un coltellaccio? Ora questa notizia sta passando, ma vent’anni fa l’idea era: se ti vesti di lana non devi uccidere l’animale, con la pelliccia invece si. Peccato che se tiri una botta a una volpe non se ne accorge nemmeno, una pecora la senti le la scarnifichi senza anestesia.
    Per non voler tirare botte alle volpi e gassare visoni, è venuta la moda della pelliccia sintetica, quante centinaia di migliaia di bordi di cappuccio “sintetici” nei tre anni scorsi… peccato che è cane scuoiato vivo in Cina, forse era meglio un visone, almeno c’era gente che nella manifattura italiana lavorava. Una volta ho cercato di spiegarlo che può essere pelliccia di cane a quei ragazzi ignari che li portavano, uno di loro ha fatto un faccino spaurito, ci ha pensato e mi ha detto contento: no, ti sbagli, lo sai perché non è pelliccia vera? PERCHE’ L’HO PAGATA TROPPO POCO🙂 e io ho risposto: quanto vale la vita di un cane? E’ rimasto male poverino, ma non è certo colpa sua.
    E ora mi chiedo: pensiamo che vestirsi di pile originato dal petrolio faccia bene agli animali? E i gabbiani che sulle coste finiscono in lavatrice perché non gli togli più il nero? Dobbiamo allargare la veduta, se promuoviamo l’allevamento delle capre da cachemere (le pettini per prendere la lana, non le tosi con lame taglienti) dobbiamo anche pensare che l’allevatore possa avere la possibilità di tenere in agriturismo capre da latte, galline, conigli…. senza sentirsi giudicato come assassino. Perché solo con le caprette cachemere in Italia non tiri avanti, Loro Piana non se ne fa ancora quasi niente degli allevatori italiani, deve forzatamente servirsi nel Mondo per le sue necessità di produzione. Tutti gli animali per avere il latte in modo naturale devono figliare, cosa nei fai dei cuccioli maschi? Oppure teniamo la bestia da latte attaccata alle macchine che la succhiano tutta la vita? Piuttosto che non usare la pelle, si dovrebbe imparare a conciarla in modo ecologico, senza schifezze chimiche che passano nei corsi d’acqua e uccidono uomini e animali. Avevamo certe bachicolture in Italia, i gelsi…. e ora ci dicono che la seta non va bene perché il baco muore…. avevamo in Italia telai da 45 gauge che erano miracoli di ingegneria, filavano calze che toglievano il fiato sulle gambe delle donne, e ora ne è rimasto uno solo in tutto il mondo……….. è meglio vestirsi di nylon? Credo che etica sia essere responsabili, senza farsi prendere dal sentimento immediato che la sofferenza di un animale inevitabilmente suscita in una coscienza ben formata, dobbiamo andare oltre. Secondo me, un requisito fondamentale dell’etica è che ci sia una base di tipo razionale nel definire i comportamenti appunto etici, e non soltanto delle componenti emotive. Così formiamo una morale, individuiamo dei valori universali sulla base dei quali l’umanità può evolvere. Questo discorso vale sia che si parli di animali, sia di diritti umani.

  13. Vincenzo LIGUORI ha detto:

    L’etica non è che un corpo. Il Bene (o il Male) che molti credono sia il suo contenuto, è soltanto un secondario accidente. Nulla di vago vi è in un’etica. Anzi si potrebbe dire addirittura che il corpo è la sua parte tangibile, la sua “res extensa”. Dove regna un corpo, insomma, vi è sempre un’etica che accampa le sue pretese: questo si deve sapere.
    L’etica nasca già con un corpo, un “suo” corpo su cui allungare le mani. Tutto il resto, ossia quel variegato complesso di scritti normativi, princìpi e regole pratiche che inutilmente distingue un’etica da un’altra, non è che una futile e noiosa astrazione. Al corpo l’etica ha dedicato il suo tempo migliore, le parole di un aedo, le attenzioni di un amante. Quando Seneca ormai vecchio scrive le sue “Epistulae morales” è al corpo di Lucilio che pensa, e attraverso quello, al corpo di tutti i Romani.

  14. fulviosguerso ha detto:

    Leggo solo ora questa “voce” di Michela sull’etica, chiara e problematica a un tempo, come è nel suo stile, cioè nella sua “etica” di autrice. Ho letto anche i vari commenti, vari nel senso di molti e di diversi, ma tutti con una loro “etica”, o meglio con una loro idea dell’etica. Il bello di queste idee è che nessuna esclude l’altra, perché sono tutte “vere”. Ma che cosa significa la parola (o il predicato) “verità” in senso etico? “Vero” in etica si traduce con “”buono”. Ora, se ci sono delle etiche “buone” allora ce ne saranno di “cattive”. O no? E, se è così, come distingueremo le une dalle altre? La questione è tutt’altro che semplice: se seguiamo il criterio del “sentimento morale”, presupponiamo che il nostro sentimento sia buono di per sé, ma sarebbe una petizione di principio. Se seguiamo il criterio kantiano della ragion pratica, presupponiamo una ragione etica universale innata in tutti gli esseri umani (le famose “massime” universalmente valide). E tuttavia constatiamo che gli esseri umani sembrano agire per lo più in base ai loro istinti, o bisogni, o desideri, o illusioni, o speranze, o “ameni inganni”, o ai comandi di qualche autorità, o alla loro immediata utilità, quindi quasi mai in base a “massime” razionali e universali. Come uscirne? Ciascuno si regoli come può o come meglio crede? Ma non è quello che, in ogni caso, avviene nella “realtà”? In fondo persino un fondamentalista “sceglie” di obbedire a un comando esterno, o a un dogma, ma non potrebbe farlo se prima non lo avesse accettato come suo. C’è poi anche il criterio di considerare le “conseguenze” , individuali o sociali, delle nostre azioni. Ma chi può conoscere in anticipo “tutte” le conseguenze di un gesto, di un atto, di una scelta, di una parola detta o non detta…? Quanto al “corpo” dell’etica di cui parla Vincenzo Liguori, è chiaro: gli angeli non ne hanno bisogno (a meno che non siano angeli ribelli).
    Un cordiale saluto.

  15. hami fatiha ha detto:

    amo la etica perché parla di umanità e credo tutto si basa di l’umanità lavoro la vita privata e sociali grazie fatiha

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...