Il partito di Twitter

Pubblicato su La Repubblica del 3 novembre 2011- sezione Cultura

Barack Obama è stato il pioniere. Conosciuto e riconosciuto da tutti, ancor prima di vincere le elezioni, grazie all’ uso massiccio di Internet, Facebook e Twitter per diffondere idee, costruire contenuti multimediali e dialogare direttamente con i cittadini senza passare attraverso il filtro dei media tradizionali. Una lezione messa in pratica dagli indignados del mondo intero, che hanno perfettamente capito che la comunicazione dipende quasi sempre dai criteri con cui viene organizzata. Come spiegava McLuhan: il medium è il messaggio. Perché allora le cose dovrebbero essere diverse nella politica italiana? Per tutti coloro che hanno assistito alla riunione della Leopolda di Firenze con Matteo Renzi, vuoi perché fisicamente presenti, vuoi perché connessi al web in streaming, una cosa è certa: ormai anche in Italia, non solo il medium è il messaggio, ma il mediumè la politica. E cioè: anchei contenuti politici diventano il mezzo che li trasmette. Soprattutto se il mezzo di oggi, rispetto alla tv di ieri, dà l’ illusione di un’ interazione in diretta con il mondo. Così bisogna chiedersi cosa diventa la politica se viene riassunta in cento punti nel Wiki-Pd, oggi consultabile online. Perché, al di là dei meriti dell’ iniziativa, quando si sintetizza un programma, quando si prende la velocità di comunicazione come parametro, il rischio, evidente, è quello di banalizzare tutto. Il leader comunica e liofilizza, in 180 caratteri. Così il sospetto è che quello che funziona per ribaltare le regole di un vecchio modello non sia propriamente lo strumento per arrivare al nuovo. Perché l’ arte della politica si esercita nella complessità. Così l’ idea del Wiki-Pd è soprattutto una forma immediata, ad effetto: dovei contenuti, piùo meno condivisibili da tutti per quanto sono riassunti, valgono perché si presentano come il frutto di un’ interazione tra eletti ed elettori, politici e rappresentanti del mondo socio-economico, scrittorie internauti. Sono stati partoriti mentre il sindaco di Firenze, seduto sul palco accanto ad un frigorifero e ad un cesto di frutta, non la smetteva più di chattare su Facebook e di utilizzare Twitter. Una piccola narrazione costruita strada facendo, tessendosi intorno ad interpretazioni minime della realtà. Come se ormai la sola condivisione politica possibile fosse questa. Una forma, appunto. Per molto tempo la politica si è basata sulla possibilità da parte degli eletti di influenzare le menti degli elettori attraverso i mass media. Oggi, forse anche in assenza di contenuti certi, i media non sono più solo i depositari del potere ma un luogo in cui il potere viene “deliberato”. In Francia, le ultime primarie del PS sono state anche questo: il trionfo dell’ idea lanciata nel 2007 da Ségolène Royal, e ripresa poi anche dall’ ormai celebre Arnaud Montebourg, della democrazia partecipativa. Una democrazia che si appassiona sul web e non la smette più di mandare tweet. Messaggi talvolta un po’ sgrammaticati e che partono troppo in fretta. Ma che, d’ altra parte, contribuiscono alla creazione di una nuova maniera di raccontare il mondo e di credere, in questo modo, di poterlo cambiare. È come se d’ improvviso stessero tutti dando ragione a Jean-François Lyotard quando spiegava che la narrazione di cui oggi la gente ha bisogno non può più essere astratta, prescrittiva e verticale, ma orizzontale e relazionale. Eppure, se è vero che i contenuti strutturati e condivisi quasi non esistono più (dall’ etica alle riforme economiche), bisognerà porsi il problema di che cosa facciamo quando facciamo politica. Perché la forma, anche quando è molto più sexy delle precedenti, non diventi un format.

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19 risposte a Il partito di Twitter

  1. alessandro ha detto:

    Vero! Ma queste cose andrebbero dette a Renzi e ai firmatari della ‘Leopolda’. Davvero un nuovo inesistente vestito di novità

  2. Alessandro Pecoraro ha detto:

    Posso?! Non concordo, gli strumenti saranno anche “sexy” ma il problema sta nel come si usano, il wiki-pd – lo dice la parola stessa – doveva essere un wiki elaborato online e condiviso da tutti i partecipanti alla leopolda e da chi seguiva online, invece era un wiki-PDF bello e preparato da tempo e se si vede nelle proprietà del PDF si scopre che è stato prodotto dal comPuter di Giorgio Gori, (in lratica il programma con cui è stato elaborato il PDF era registrato a nome di Giorgio Gori). Chi usa bene twitter ed i social media subito ha segnalato la cosa (vedi la Prof.ssa Giovanna Cosenza) chi conosce meno pensa davvero che Renzi utilizzi bene questi nuovo strumenti web…

    Proprio per prendere in giro (anche) Renzi e il cattivo utilizzo dei social media su twitter è andato come trend topic l’hastag #occupyPd

  3. federicomascagni ha detto:

    mi permetto di postare (dopo aver correttamente linkato il suo articolo sul mio modesto blog) un mio articolo sulle aspettative esagerate riguardanti la “democrazia 2.0”. grazie🙂 http://federicomascagni.com/2011/10/17/internet-censura/

  4. gustavivo ha detto:

    La semplificazione asciutta e veloce dello slogan, è sempre esistito in politica, non è un’invenzione della rete. Casomai questa modalità di comunicazione ritrova il suo mezzo imperiale proprio sui social network. Ipotizzando per estremi un poco da fantapolitica, il leader politico del futuro, potrebbe, non scendere in campo, ma “scendere in rete”; insomma, un candidato virtuale. Dove il termine “virtuale” va sempre più assumendo il significato di “reale”, e lo spazio cibernetico si sovrappone a quello fattuale. E’ cronaca di questi giorni la star pop giapponese totalmente simulata, che richiama ai suoi concerti, spettatori realissimi e, soprattutto, paganti.

  5. isabella ha detto:

    In geografia esistono i paralleli… ed esistono i meridiani… per identificare univocamente la posizione di un punto sulla superficie terrestre.
    Nella comunicazione esistono i mass media “tradizionali” per un’informazione verticale – più strutturata e progettuale (ma più facilmente drogata dall’abuso di potere) – ed esistono facebook twitter internet come interfaccia empatica – più caotica e frammentaria… ma libera da vizi di schema e “freni inibitori”.
    Il mio pensiero si costruisce giorno per giorno nell’utilizzo alternato delle due… come un mirino in cui la “mia” parallela e la “mia” meridiana… convergono in una consapevolezza che mi porta alla migliore azione del momento, non scordando che un progetto ha bisogno di linee guida da utilizzare come fondamenta per lo “work in progress” successivo.
    …. :)….

    Isabella

  6. federicomascagni ha detto:

    Gentile professoressa Marzano, il mio commento è in attesa di moderazione perché contiene un link esterno (come il mio blog contiene un link esterno che dirige al suo) oppure perché lo ritiene “off topic”? grazie
    Federico

    • mimarzano ha detto:

      Ciao Federico, no no… solo che non mi ero connessa da un po’… e alcune volte i messaggi non passano perché vanno direttamente in spam… ma ora tutto dovrebbe essere a posto… almeno spero…

      • federicomascagni ha detto:

        confermo, tutto a posto, grazie! per chi vorrà andare a dare un occhio si tratta del resoconto di un incontro tenutosi al Festival di Internazionale, dove due blogger scettici raccontano alcuni restroscena del mondo del social. grazie Michela dell’ospitalità🙂 (corrisposta nel mio piccolo spazio)

  7. pina ha detto:

    Format…
    non è che la scomessa sia quella che interessa le grandi emittenti generaliste che devono garantire ascolti alti e blindati per gli inserzionisti pubblicitari?

  8. Roberto Vanoli ha detto:

    Penso che in queste terre ci siamo ritrovati un po’ tutti per caso: siamo persone di recente immigrazione, balbettiamo metafore in una lingua che non è la nostra. Se i tentativi di parlare in dialetto suscitano sorrisi e tenerezza, nel caso di un politico suscitano sospetto: cosa mi stai vendendo esattamente? qualcosa che forse non possiedi?

    Molto più realistico dire, come Michela, ‘mi ci sto mettendo poco alla volta…’ o come Isabella ‘sono spunti per un mio work in progress’

  9. Andrea ha detto:

    “Nuove tecniche di comunicazione = Nuova versione di soggetto politico”: forse è questa l’equivalenza che sta alla base del fenomeno.
    L’espressione è falsa da un punto di vista logico, se viene applicata sul piano reale.
    Nessuno infatti ci può garantire che la novità nel raccontare / comunicare sia equivalente ad un nuovo modo di affrontare e risolvere i problemi concreti e ad un nuovo modo di stare nel mondo della politica.
    Qui siamo di fronte ad un fenomeno mediatico, e dobbiamo renderci conto che ancora una volta assistiamo ad un esercizio di retorica post moderna, se così posso chiamarla, in cui il segno assume significato e il simulacro brilla di luce propria rischiando di offuscare la realtà (mia nonna direbbe: specchietti per le allodole). Qui, la rappresentazione è l’unica realtà e le regole di valutazione dell’equivalenza iniziale cambiano, ed essa può risultare tristemente vera.
    I politici che adottano queste tecniche forse vogliono trovare spazio, fortune e un seguito elettorale basandosi sulle mode più che sui contenuti.
    E oggi sono mode che in questo ambito della politica possono avere pericolosi effetti collaterali: come hai scritto anche tu nell’articolo, ci si illude (appunto) di interagire in diretta con il mondo, in questo modo coinvolgendo (o ingannando?) le persone agendo sul piano dell’immaginario; poi, si banalizzano le questioni, la critica e l’approfondimento abdicano a favore della velocità, del falso pragmatismo e della falsa sintesi, in questo modo rischiando di fare passare di tutto, mistificazioni comprese; non dimentichiamo poi la disgraziata lezione che ci hanno impartito alcuni politici negli ultimi anni, dove ci hanno insegnato che l’elettore è come un consumatore e che la politica viene svuotata di contenuti e sublimata a messaggio pubblicitario.
    Perché allora non porci il dubbio se questi metodi siano eticamente corretti in politica!!!
    Pensiamo poi a questa cosa: in Italia alla fine la TV è stata comprata da un tizio (che tra parentesi si è comprato pure qualche testata giornalistica) che poi ha fatto quel che ha fatto. Ma, non solo in Italia, qual è il rapporto tra potere politico e mass media? E perché internet e social networks dovrebbero fare eccezione? Qualcuno si stupirebbe di vedere un bel giorno un tizio che si compra il web, nostre effimere e illusorie libertà comprese, se non cambia il sistema nel suo complesso? Io non mi stupirei!
    E alla fine, consideriamo anche il tipico malcostume di buona parte di chi esercita un potere politico o economico: usare la comunicazione come mezzo per coinvolgere / assoggettare, utilizzare i mass media in modo spregiudicato, applicare tecniche populiste, presentare come reale una situazione che è altro dalla realtà, tacere i fatti scomodi o sconvenienti, lavorare nell’ampio retrobottega, ecc…
    (a proposito, il giovane rottamatore avrà qualche scheletro nell’armadio?
    e poi, non sarà per caso un politico perfettamente integrato nel sistema attuale?
    e allora, che cosa avrà proprio lui da rottamare?)
    Vatti a fidare…

    Cari saluti
    Andrea

  10. Serena Tudisco ha detto:

    Io lavoro con questi strumenti, se si sanno usare non si banalizza: ci si avvicina, finalmente siamo su un piano orizzontale di comunicazione, ma come sempre come ogni lavoro che si faccia, bisogna saperlo fare!

  11. Marco ha detto:

    Gentile Professoressa,

    il mondo dei social network è uno dei più interessanti per capire le trasformazioni antropologiche che stanno vivendo i nostri contemporanei.

    Se sono convinto che internet e i blog siano uno strumento eccezionale per permettere un’informazione più libera e democratica, il mio giudizio su Facebook (che tendo a distinguere radicalmente dagli altri) è molto più prudente.

    Mentre, infatti, Twitter e i blog permettono la condivisione in tempo reale di contenuti, Facebook ha l’ambizione di mettere in “rete” addirittura l’identità delle persone, rischiando secondo me di solleticare il nostro lato più narcisista e esibizionista. Secondo me Facebook ha cosi’ tanto successo perché dà l’illusione di potere intrattenere meglio rapporti che in realtà diventano superficiali e standardizzati.

    Il bello delle amicizie è proprio che sono uniche, non riducibili ad alcuni criteri impostati a tavolino da Marc Zuckerberg: io comunico con un mio amico perché voglio dire tale cosa proprio a lui in particolare, con parole opportune e calibrate su di lui, e non vedo perché sia necessario inventare un “wall” sul quale la nostra comunicazione da privata e intima diventa pubblica.

    La tendenza delle nuove generazioni (io ho 27 anni e cerco di avere uno sguardo critico, ma mio fratello 20enne ci è pienamente immerso) si fa sempre meno scrupoli a rivelare i dettagli della propria vita a tutti, amici più o meno stretti, in maniera indiscriminata.

    A volte mi sembra che la grande libertà di cui godiamo ci sia difficilmente sopportabile (già La Boétie lo diceva), e che allora decidiamo (scientemente) di vendere la nostra libertà ad un’azienda chiudendoci nel Grande Fratello di Facebook.

    Insomma, internet ha indubbiamente enormi potenzialità, ma puo’ secondo me nuocere gravemente alla nostra socialità.

  12. Patrizia Venezia ha detto:

    Penso sia difficile la gestione dell’informazione veloce, si rischia di stare in superficie e non osare mai l’abisso.

    Credo che per una vera democrazia partecipativa la profondità sia fondamentale ma la comunicazione istantanea lo sia altrettanto, se ben utilizzata.

    Il solito uovo di Colombo, il nemico mortale è l’ignoranza.

  13. andreacusati ha detto:

    Prima di Obama in Italia cominciò Beppe Grillo, il suo blog diventò in pochi anni il decimo più visto al mondo e il secondo più visto in Italia. Non è un politico daccordo, ma sappiamo che parla di politica e che è un personaggio, che piaccia o no, che è stato più politico di tutti i politici visti in almeno 30 anni. Poi Beppe Grillo ideò il Movimento 5 stelle (l’ha solo ideato, non ne fa parte e non ne è leader, notare bene) che viene sempre omesso e oscurato dalle fonti di informazione (come i grandi giornali “liberi” come La Repubblica e L’Espresso ad esempio) e anche da questo post noto. Il Movimento 5 stelle è unico al mondo nel suo genere e attraverso la Rete mette in contatto moltissime persone sempre in aumento che ne scoprono la conoscenza e spesso finiscono per votarlo (visto il programma concreto e i fatti che mette in campo), un esempio di democrazia diretta pertecipativa cosa che PD e simili non faranno mai. Infatti a Ferrara il 27/11/2011 ci sarà il Democrazy Day, organizzato dal Movimento 5 stelle, che consiste nel votare delle questioni in modo non solo teorico ma pratico per una giornata intera con tutte le forme di voto che si conoscono sino oggi attuate nei Paesi che hanno strumenti di democrazia diretta. Qui in Emilia Romagna c’è la sinistra che la fa da padrona ma nonostante gli inviti fatti più volte ai personaggi delle istituzioni locali di partecipare a queste giornate o serate informative sulla democrazia diretta voi pensate che sia mai venuto qualcuno? Da destra, a centro, a sinistra tabula rasa. Non ti rispondono neanche.
    Bello sempre filosofeggiare per non dire nulla e non dare mai soluzioni. Se vogliamo cambiare l’Italia i mezzi ci sono e le alternative pure ma se vogliamo stare in mano sempre a questi e parlare sempre di una politica morta e sepolta allora accomodiamoci, non aspettano altro.
    Informiamo e informatevi perchè la rivoluzione siamo noi.

    “Sii il cambiamento che vuoi avvenga nel mondo.” (Ghandi)

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