C’è sempre qualcosa che ci manca…

Nessuno di noi può “essere” o “avere” tutto. C’è sempre qualcosa che ci manca, che vorremmo avere, che non avremo mai. C’è sempre un ideale da raggiungere, uno scopo da realizzare, una persona che ci manca. Anche se “l’astuzia della ragione”, come direbbe Hegel, consiste nel farci credere che sappiamo sempre e comunque ciò che vogliamo, esiste in realtà un’opacità strutturale del nostro desiderio che ci impedisce di sapere veramente quello che vogliamo…

Cresciamo, maturiamo, invecchiamo. Ma prima o poi la maschera che ci siamo costruiti cade. E allora ci rendiamo conto che forse non siamo  esattamente quello che pensavamo di essere. Che forse, strada facendo, ci siamo persi un pezzetto di noi stessi. Che forse la verità è altrove, in un luogo nascosto, dietro una porte che non abbiamo mai avuto il coraggio di aprire…

Che fare allora di tutta questa fragilità che ci portiamo dentro e che abbiamo fatto di tutto per ignorare? Che fare di questo dolore che non abbiamo voluto ascoltare?

Il dolore è quasi sempre inutile e senza senso. Però c’è. Fa parte della vita. Lo conosciamo tutti. E l’unica cosa che possiamo fare, prima di “trasformalo” e “farne qualcosa”, è proprio ascoltarlo. E capire che quella fragilità strutturale che ci caratterizza tutti (senza eccezione) può anche diventare una risorsa. Per ricominciare a vivere in modo diverso. Per non metterci più alcuna maschera. Per dire finalmente un “io sono”, senza più preoccuparci dello sguardo e del giudizio della gente…

 

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42 risposte a C’è sempre qualcosa che ci manca…

  1. kongming86 ha detto:

    Non è facile parlare di concetti ormai frantumati come identità, maschere, persone, felicità dopo Lacan e Zizek, o dopo Roth (l’americano), dopo Landolfi. Il guaio è che rinunciare a questi puntelli identitari significa… cosa? Non ne abbiamo la minima idea.
    L’uomo sta cambiando enormemente in questi decenni, e chissà che cosa saremo tra qualche generazione. Forse ci capiremo qualcosa, o forse saremo sempre più presi in quella modernità che seziona e atomizza, che trasforma il dolore in capitale e potere. Sarà una bella partita.

  2. vincenzo ha detto:

    Leggendoti, mi sono venuti i brividi. E’ straordinaria la tua capacità a trovare le parole al dolore!

  3. carola ha detto:

    solo una cosa: il dolore non è inutile in sè. Lo diventa se non siamo capaci di trasformarlo, di dargli un senso per la nostra vita, di imparare qualcosa da esso, di vederlo come un’occasione per crescere, cambiare, ricominciare.
    Per il resto condivido tutto.
    Grazie, Michela

  4. mauri53 ha detto:

    Siamo eternamente insoddisfatti e sentiamo la mancanza come qualcosa di fisico e non sappiamo neanche cosa ci manca , forse dovremmo fare lo sforzo di conoscerci un po’ di più ed essere più noi stessi . Cosa facile a dirsi ma dietro la facciata cerchiamo sempre di mostrare non si sa cosa ma quello che noi pensiamo rientri nei canoni del perbenismo…che fatica.
    Solo il dolore scopagina le strutture e sovrastrutture mettendoci a nudo.

    un sorriso
    Mauri

  5. andrea ha detto:

    Bellissimo testo che si fa apprezzare per la sua incisività e brevità (oltrchè per la sua profondità analitica). Mi richiama alcune intuizioni di Gunther Anders laddove egli ci ricorda che nella società dei consumi siamo sempre manchevoli di qualcosa, antiquati rispetto a ciò che la tecnologia crea e rende indispensabile come dotazione minima e irrinunciabile. Riporto un concetto del maestro Taino il quale, proponendo la via della meditazione, invita a sviluppare una mente che non abbia alcun punto dove appoggiarsi. Ciò che serve siamo noi stessi, il nostro respiro nel suo rincorrersi di espansione e concentrazione: liberarci da ogni attaccamento è l’invito che io colgo nella sua sollecitazione, carissima Michela. La trovo bellissima (lei Michela!)… ma anche la sollecitazione!!!

  6. Orazio Pavone ha detto:

    ho letto da qualche parte, non so quando nè chi l’ha scritto: il dolore dà forza ai forti! Ed io parto sempre da li…

  7. Tripeni ha detto:

    grazie Michela, ri-conosciamoci in questa nostra umanità, ri-prendiamo contatto con la nostra realtà e progettualità. Nonostante le nostre “illusioni”, non siamo mai gli stessi. Che bello vivere il nostro equilibrio costantemente instabile. Con molta stima

  8. gina ha detto:

    Vorrei tanto conoscerti,trovo che tu riesca a dire oltre le tue stesse parole,mi auguro di vincere le mie paure e fare della mia fragilita`una forza……

  9. Sonia ha detto:

    Non ho grandi conoscenze di etica, filosofia o letteratura, ma di dolore ne ho incontrato parecchio.
    La mia storia e fatti di alti e bassi, come tutti, e di……anoressia !!! Passata….. non del tutto, .e anche grazie alla tua capacita’ di dare corpo al dolore, di scriverlo, anche io sto dando una forma al mio…… ama il prossimo tuo come te stesso….. ma come e’ difficile amare se stessi… a me basterebbe fare per me la meta’ di quello che nella mia vita ho fatto per gli altri…

  10. Angelica ha detto:

    Ma e’ anche vero che alle volte le persone che amiamo non sono pronte ad ascoltare i nostri bisogni, desideri e necessita’….e scappano…..e questo fa male e mette paura e condiziona l’apertura verso l’altro!

  11. chicchi ha detto:

    ma come fai a trovare le parole che non vengono mai fuori??? qual’è il percorso come si fa a far venire fuori quel dolore che è protetto dalle difese ?? io credo fermamente che quello che dici sia assolutamente vero ma non so farlo non sento più niente credo di essere quel morto vivente di cui hai parlato in un altro articolo
    provare dolore è essere in contatto con il cuore quindi è vivere …
    io vorrei davvero trovare questa strada….

  12. lallaerre ha detto:

    C’è sempre qualcosa che ci manca: ed è proprio questo scarto che ci fa umani e che alimenta il desiderio di vivere, ascoltare, comprendere: il desiderio di continuare a interrogare. E interrogare anche il dolore, che a mio parere non è mai privo di senso ed è potenzialmente, come tu dici, una preziosa risorsa.

  13. Lucy* ha detto:

    Reblogged this on Abbey Road.

  14. Ludovica ha detto:

    Come diceva Lewin, l’essere umano è in uno stato di tensione psicologica continua, che lo porta a desiderare sempre qualcosa di diverso e in più rispetto a ciò che ha. Cerchiamo la pace ma poi forse non la vogliamo. Io oggi pomeriggio ero nella mia nuova casa, con l’uomo che amo, un cane adorante che mi seguiva ovunque e ho provato una sensazione di pace. Poi però rimpiango di non essere uscita, di aver trascorso la domenica in casa. Siamo incontentabili e io combatto ogni volta contro questa mia inquietudine. E’ una lotta impari, ma esserne consapevoli è già una grande conquista.

  15. Mari Rosaria Azzarello ha detto:

    Ci vogliono forti, determinati, veloci, migliori, perfetti e pensi che non puoi fermarti e che se hai delle debolezze devi nasconderle, fingere che non ti manca nulla…ma questo si paga, è come mettere un tappo a un vulcano, quando scoppia il tuo dolore torna centuplicato. Forse se imparassimo a non costruirci tante “sovrastrutture” e, ogni tanto, ci fermassimo un momento a sentirci, potremmo evitare di farle diventare grattacieli.. di tanto in tanto, “sentire” non solo il nostro ma anche il dolore dell’altro , magari permettere a quell’anima di condividerlo quel dolore…quanta fragilità spazzerebbe via e quanto calore e forza potrebbe dare l’incontro! Peccato che accade raramente e, se accade, ne sfuggiamo, preferiamo continuare a correre in cerca di “panacee” più concrete e… le teniamo a bada quelle fragilità per paura di mostrarle a questo mondo che ci vuole tutti in bella mostra! Ma noi “siamo” forza e debolezza, semplicemente dovremmo accettarlo e ammettere di non essere sempre delle wonder woman…il riconoscerlo è già un passo per spogliarci di tanto superfluo che ci attanaglia!

  16. intillima ha detto:

    ma quanto è difficile riuscire a dire ” finalmente un “io sono”, senza più preoccuparci dello sguardo e del giudizio della gente…”?
    per me è immensamente difficile e alla mia veneranda età di 29 anni non ci sono per nulla riuscita.
    temo il giudizio altrui, temo lo sguardo spesso ostile della gente , temo la gente in generale.
    ma forse io sono un caso patologico a irrecuperabile.

  17. Isabella ha detto:

    Michela cara, leggendo ciò che scrivi non posso far a meno di ricordare le parole di Lao Tze. “La gentilezza delle parole crea fiducia. La gentilezza del pensiero crea profondità. La gentilezza del donare crea amore”. Che dire, è così…e tu ne sei la conferma.

  18. apity ha detto:

    Non avrei mai detto che sarei stata in grado di comprare un libro sull’anoressia, senza vergogna, senza preoccuparmi della gente intorno a me, senza nascondermi dietro quella maschera di finta durezza e coraggio che indosso in caso di necessità e invece oggi l’ho fatto. Oggi ho comprato il tuo libro Michela e sono ansiosa di leggerlo. Mi batteva forte il cuore, ma ce l’ho fatta e l’ho afferrato come il libro da leggere sotto le coperte con la torcia. Lo leggerò furtivamente infatti, perchè non sono ancora in grado di ammettere che il problema persiste e che in realtà non sono mai veramente guarita dall’anoressia.
    Un abbraccio e grazie per le tue parole!

    http://www.disordinialimentari.wordpress.com

  19. newwhitebear ha detto:

    Fa parte della natura umana rincorrere sempre qualcosa. Porsi un obiettivo per poi rincorrerne un altro che sta ben oltre.
    Inoltre ognono di noi ha un lato A e uno B, uno emerso, uno sommerso. Tutti aspetti che spesso convivono a fatica. E quando la maschera cade, le lacerazioni sono fortissime e rischiamo di esserne travolti.

  20. imminente ha detto:

    Bello, quello che hai scritto è bello.
    Però: come possiamo definire ciò che siamo? “io sono” è un affermazione impossibile; certo, sarebbe utile cercare d’avvicinarsi, provare a definire più realisticamente possibile ciò che siamo, ma una definizione esatta non potremmo trovarla, perchè, come sostiene hegel: la realtà è un divinire, un processo.
    Non potremmo mai essere qualcosa e non essere qualcos’altro con certezza, siamo un processo non definibile.

  21. damiano biscossi ha detto:

    Quando l’amore c’era noi non c’eravamo e ora che manca lo cerchiamo. Si è vero l’altro è imporante cosi come lo sono le persone che ci circondano, ma l’unico che non puo mancare all’appuntamento sei proprio tu che leggi…l’io sono. In alcune relazioni devi lottare ogni giorno per dire io sono in altre forse viene piu naturale e non hai bisogno di alzare palizzate. Resta comuque il fatto che sei solo rispetto a te, che devi vederti quel dolore e che solo attraversandolo e accettando quella fragilità che è “ricchezza” raggiungerai forse te e la mano della persona con cui stai provando a fare un pezzo di strada. Buona notte!

  22. ilpoetaignorante ha detto:

    è sentirsi scivolare addosso questo dolore e farne cimelio dorato, come candore,il mio quotidiano vissuto. Vorrei non paralizzarmi davanti al futuro e aver sempre il coraggio del leone. Il così fu e il così volli sono come voci demoniche sulle spalle..Ognuno mi indica il volo da fare…ognuno mi porta a cercar di non cadere. é il modo diverso di comprendersi che manca,di accettarsi come si è,di essere l’uno in cerca di sè e dell’altra persona…Il dolore è quasi amico: mi indica il limite del mio io portandomi a cercar di volta in volta chi sono. Spero solo di non cadere nella follia e di camminare ovunque e qualunque sia la strada. Notte, professoressa….continuo a sentirmi meno solo…so che esiste qualcuno profondo come lei.. sebbene stia lontano. Alla prossima, Madame.

  23. johnmcpersy ha detto:

    Bellissimo post, si c’è sempre qualcosa che ci manca ed una volta identificato, l’unico modo è amare quella mancanza in modo che diventi presenza…
    Buonanotte Lady Michela

    John

  24. daniela ha detto:

    Grazie Michela, con tutto il cuore. Io, che di anni ne ho 65, sto facendo il mio percorso (faticoso). Farlo con te accanto è una gran bella cosa. Un abbraccio,
    daniela

  25. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  26. Fulvio Sguerso ha detto:

    “Siamo esseri viventi; il nostro pensiero è accompagnato da piacere o da dolore. Io sono al mondo, cioè mi sento dipendere da qualcosa di estraneo che sento dipendere a sua volta più o meno da me. A seconda che io senta questa cosa estranea sottomettermi o essermi sottomessa, io provo piacere e dolore. Tutto quello cui do il nome di cose, il cielo, le nuvole, il vento, le pietre, il sole, sono per me prima di tutto piaceri in quanto esse rendono manifesta la mia esistenza, e poi anche dolori in quanto la mia esistenza trova in esse il proprio limite. In tal modo piacere e dolore, come dicono i poeti, sono mescolati l’uno all’altro; il mio piacere non può essere tale se non è contaminato dal desiderio di un piacere più grande: ‘medio de fonte leporum / Surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat’ (Lucrezio). Inversamente il dolore non è mai gustato senza una certa voluttà; poiché respirare, correre, vedere, udire, ferirsi anche, significa prima di tutto gustare il piacere che dà il sapere della propria esistenza. Per me la presenza del mondo è, prima di tutto questo sentimento ambiguo; ciò che il nuotatore chiama acqua, per lui è innanzi tutto un sentimento composto dalla voluttà che procura il nuoto e dal dolore che comporta la fatica…” (Simone Weil, da “Scienza e percezione in Cartesio” in “Sulla scienza”, Borla, Torino, 1966).
    Un caro saluto.
    Fulvio

  27. pyperita ha detto:

    Penso che essere adulti significhi anche acquisire la consapevolezza che non avremo mai tutto quello che vorremmo e che perderemo delle cose o delle persone a cui teniamo.
    Quanto al dolore, ci conviviamo, non possiamo fare diversamente, purché non diventi una scusa per non evolvere, per chiudersi dentro un guscio tagliando fuori il resto del mondo.

  28. giovi ha detto:

    Condivido in pieno la riflessione, credo anche che col nostro stile di vita, in cui si tende ad accontentare in tutto e per tutto i nostri ragazzi, sia molto importante parlare del “dolore” e di come sia importante ascoltarlo.

  29. natalia ha detto:

    trovi sempre le parole per arrivare nel profondo. belle le tue parole e tanta verita.. e fa tanto bene leggere. per vallutare el dolore

  30. luana ha detto:

    …ciò di cui abbiamo bisogno già lo possediamo, è necessario soltanto esserne consapevoli!!!! la nostra vera ricchezza è la nostra essenza concepita in tutte le sue sfumature comprese le nostre fragilità…che ci rendono bisognose dell’altro per completarci.

  31. evassj ha detto:

    E’ proprio questo ciò a cui stavo pensando stasera. A quello che mi manca. So bene cos’è, l’ho sempre saputo, ma raggiungerlo pare impossibile. E poi mi sono imbattuta in questo post… Grazie, davvero.

  32. eightdaysweek ha detto:

    è proprio grazie alle difficoltà e ai problemi lievi o gravi che si matura e si va avanti, plasmando anche la propria personalità, che si potrà più o meno nascondersi dietro questa maschera dell’ “io ideale” a cui tutti noi aspiriamo e ci affanniamo. Ma piuttosto che una maschera, questo ideale, io lo vedo più come un obiettivo da porsi, un traguardo da raggiungere ogni giorno, godendo di ciò che si ha, anche delle piccole cose di cui non sempre ci accorgiamo, ma che ci arricchiscono. E poi, come dice il detto, “Non si può avere tutto dalla vita”…
    Un saluto!

  33. rosenuovomondo ha detto:

    Ringrazio Agri che mi ha linkato questo tuo post che racconta perfettamente come mi sento io in questo momento..Devo ancora risolvere questa discrepanza tra quello che avrei voluto essere e quello che sono

  34. wolfdo ha detto:

    Quando avevo vent’anni avevo questo atteggiamento verso la vita. Poi ho capito che in quel modo sarei andato a sbattere, e ho deciso di vivere la vita un passo dopo l’altro e le cose vanno molto meglio.
    Tutto sommato questo atteggiamento consiste nell’accettare la vita, farsene permeare, sapendo che è lei che ci cambierà. Ogni tanto bisogna dare una sterzata, ma per il resto, vivere è più importante che riflettere all’infinito su quello che manca o su obiettivi lontani.

  35. Barabba Marlin ha detto:

    >Il dolore è quasi sempre inutile e senza senso.

    Temo di non essere d’accordo; parto da presupposti biologici, dal dolore fisico, che è necessario alla sopravvivenza, un animale che non prova dolore è destinato a morire presto, come sono a rischio tutti gli umani affetti da insensibilità congenita al dolore con anidrosi (nota anche con l’acronimo di Cipa). Il dolore dell’anima, della mente, o come preferite chiamarla, è solo un’estensione di quel dolore fisico primordiale, e anche esso ha la funzione di allarme per l’ambiente circostante, e tra l’altro mette in moto gli stessi neurotrasmettitori. Sicuramente il Dolore (vs il dolore) presenta una complessità maggiore, ma ha di certo una funzione evolutiva; chi lavora ogni giorno per il progresso scientifico e culturale è mosso da un disagio, da un’insoddisfazione, da un senso di vuoto costanti.

  36. torayuki ha detto:

    La disciplina più difficile consiste nell’essere ciò che siamo. Cercare di essere sempre ciò che NON siamo è sicuramente più facile, poiché siamo abituati sia ad abusare di noi stessi sia di ingannare gli altri, a far rientrare le cose in categorie prestabilite. Se tutto questo viene spazzato via, ogni cosa diventa troppo irritante, troppo noiosa. Non possiamo più raccontarci delle menzogne. Tutto è perfettamente semplice. (Trungpa)

  37. Andrea ha detto:

    Quella che esercitiamo come “la nostra volontà” cos’ha veramente di “nostro”, condizionati e non-liberi come siamo? Siamo sicuri che il nostro pensiero del mondo sia più importante di quanto non sia invece il pensiero che il mondo ha di noi? A volte penso che l’esercizio della volontà sia in realtà una dichiarazione di debolezza, una forma di difesa dagli altri e dal caso.
    Qualcuno si dice padrone di sé stesso, come se ciò non fosse equivalente a dirsi schiavo di sè stesso.
    Qualcuno si è costruito un piedistallo, e ci sta sopra, credendo di vederci meglio o di farsi sentire meglio. Dovrebbe scendere.
    Qualcuno si è disegnato una mappa con il proprio sentiero e procede credendo di fare la “propria” strada. Dovrebbe bruciarla.
    Qualcuno si è costruito dei bersagli, per mirare ai “propri” obiettivi. Dovrebbe buttarli.
    Perché nessuno ci obbliga ad essere così “possessivi” da dovere per forza puntare ad “essere” o “avere” qualcosa, tutto o in parte.
    Io predicherei umiltà. E concordo con il tuo insegnamento: impariamo ad ascoltare e ad ascoltarci.

  38. antonella ha detto:

    Non c’e’ cosa al mondo di piu’ complicato dell’espressione ‘ essere se stessi’ . La societa’ in cui viviamo purtroppo non ce lo permette perche’ non ammette debolezze, fragilita’; non contempla il valore della sensibilita’.
    A volte le molteplici maschere che portiamo servono da difesa ma a lungo andare la mente e il cuore esplodono…. Come si fa a non farsi condizionare dal giudizio degli altri quando con gli altri viviamo ogni giorno a stretto contatto? Come si fa ad accettare i propri limiti?
    Io ancora non ho trovato la strada che mi possa portare all’accettazione completa di me stessa.
    Antonella

  39. Agnese Fusco ha detto:

    cosa fare delle nostre ferite? letto d’un fiato! poi, tra un po’, lo assaporerò lentamente, come merita. grazie….

  40. indianapipps ha detto:

    Bellissimo post. E’ un po’ l’essenza della vita, senza problemi da risolvere impazziremmo. Peccato che troppo spesso quei problemi siano incomprensibili ed evanescenti, perché non essenziali: li creiamo noi. Il troppo benessere porta a questo.

  41. rosenuovomondo ha detto:

    Hai espresso con una chiarezza unica quello che sento.

  42. Letizia ha detto:

    Cara Michela,
    mi intrometto qui per la prima volta, in punta di piedi…anch’io volevo essere una farfalla e mi sono ritrovata perfettamente nelle parole del tuo libro, al di là del personale che ci differenzia.
    Dopo molti anni mi rimetto ora al lavoro, anche in analisi, per provare a dare un senso proprio a questa fragilità, prenderla in mano e guardarla con coraggio ed empatia, sperando vivamente di non farmi risucchiare dal baratro, anche se credo di aver ormai imparato a girarci intorno. Grazie Michela

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