Perché scrivo?

Oggi una persona mi ha chiesto perché scrivo. Se avessi in mente un pubblico ben preciso. Se ogni volta avessi un obiettivo particolare.

Già… perché scrivo?

C’è chi scrive per raccontare storie. Per far sognare. Per divertire. E c’è chi ci riesce benissimo. Ci sono libri capaci di prenderci per mano e accompagnarci alla scoperta di tanti universi diversi, fatti di storie tristi o felici. In fondo poco importa. Ciò che conta è la scoperta e la meraviglia. Mettere da parte il proprio quotidiano per vivere quello che altrimenti non si sarebbe mai potuto conoscere.

C’è chi scrive per ricostruire il mondo. Dopo averlo smontato per mostrarne i problemi. Per spiegare come ci si dovrebbe comportare.  Il giusto e il bene. Il valore delle cose e il loro rispetto…

Io, però, non scrivo né per raccontare storie, né per rifare il mondo.

Io scrivo solo perché non posso fare altro che scrivere. Perché talvolta le parole irrompono. Perché è l’unica cosa che mi piace veramente.

Scrivo per rintracciare il bandolo della matassa della mia vita. Scrivo per fare chiarezza all’interno del mio cuore. Scrivo per mettere delle parole su quello che provo. Scrivo per capire cosa sia l’amore…

In fondo, scrivo per me. Anche se talvolta qualcun altro si riconosce in quello che scrivo… La magia della scrittura. Che sorprende chi scrive forse ancora di più di chi legge…

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50 risposte a Perché scrivo?

  1. davide ferrari ha detto:

    ottimo michela. a me succede progettando architetture. ad ognuno il linguaggio. ciao🙂

  2. newwhitebear ha detto:

    Quello che hai scritto è perfettamente in linea con mio pensiero sulla scrittura e sulla lettura. Vorrei aggiungere qualcosa o meglio discriminare due mondi di scrittura: quella commerciale e quella personale con nel mezzo una variegata sfumatura di modi di scrivere.
    Quella prettamente commerciale è senza anima, serve solo per vendere un po’ di copie senza lasciare traccia nell’animo del lettore. Quella personale, ovvero quella che in primo luogo serve allo scrittore per comprendere se stesso attraverso le parole e far comprendere agli altri la propria essenza, è più complicata da descrivere perché nasce come sforzo interiore per capire la propria natura e poi capire il mondo che ci circonda.
    I mie complimenti per questo post intelligente e interessante.

    • Rocco FEMIA ha detto:

      Il mio pensiero da editore e quindi da operatore culturale che cerca anche di guadagnare la vita per lui e per gli altri, trova che il discriminare i due mondi: quello commerciale e quello personale e leggermente superficiale come tesi. Non me ne voglia. Senza accorgersene manca di rispetto a Michela Marzano con cui ritiene di essere perfettamente in linea, ma anche ai tanti scrittori che mettono l’anima firmando grandi capolavori e che guadagnano anche soldi (a volte tantissimi).O no

  3. agrimonia71 ha detto:

    Scrivere per capire sé stessi ed un po’ anche gli altri.

  4. Stefano Mino ha detto:

    si scrive sempre convinti di star cancellando🙂

  5. isabella ha detto:

    si scrive per lo stesso motivo per cui si legge… per vivere emozioni, per scoprirci nei sentimenti… per incontrare nuovi noi.

  6. Leyla K ha detto:

    “Scrivo per rintracciare il bandolo della matassa della mia vita. Scrivo per fare chiarezza all’interno del mio cuore. Scrivo per mettere delle parole su quello che provo. Scrivo per capire cosa sia l’amore” … Non è un po’ ricostruire se stessi, questo, Michela? Ed il proprio mondo…
    Tantissimi scrivono per ricostruirsi, e chiaramente ci si deve ricucire con qualcosa che piace, che coinvolge, e per te è la scrittura.🙂

  7. natalia mercuri ha detto:

    la scrittura è l’appuntamento con noi stessi.è in questo spazio d’incontro in cui ci conosciamo un po di piu …forse,,e come specchio ci riconsciamo..forse

  8. Alice ha detto:

    “La bellezza della scrittura”.
    Vede, è proprio questo il punto: scrivere è mettere ordine, è definire un percorso, è argomentare in modo chiaro e preciso, ma anche, più “semplicemente”, dare parola a sentimenti ed esperienze personalissime. Il gradevole paradosso in tutto ciò sta nel fatto che, nonostante ciascuno di noi custodisca una radice inconfessabile (indicibile?), il linguaggio finisce per costituire un terreno di profonda comprensione e condivisione. In qualche modo, insomma, il nostro destino è anche quello di dire, cioè di parlare. Testimoniare, denunciare il male del mondo, narrare eventi che non sono mai accaduti, dare libera espressione a pensieri, paure, frustrazioni, idee… tutto ciò rappresenta per me il più alto dei doni che un individuo possa concedere all’umanità.

    Detto questo, le confesso che la ammiro molto. Da grande spero di diventare una donna forte, intelligente e “umana” come lei.

  9. Alice ha detto:

    *personalissimi. Scusate.

  10. Fulvio Sguerso ha detto:

    Credo che per chi non voglia scrivere (né essere letto) invano, una cosa sola sia necessaria: l’insostuibilità: “Dare uno stile al proprio carattere è un’arte grande e rara. L’esercita colui (o colei) che abbraccia con lo sguardo tutto quanto offre la sua natura in fatto d’energie e debolezze, e che inserisce quindi tutto questo in un piano artistico, finché ogni cosa non appare come arte o ragione, e perfino la debolezza incanta l’occhio. Qui si è aggiunta una gran quantità di natura secondaria, là si è eliminato un frammento di natura primaria: in tutti e due i casi, con un lungo esercizio e un quotidiano lavoro. Qui il brutto che non si lascia sopprimere resta nascosto, là, lo si è trasformato in sublime. Molto dell’indeterminato che riluttava ad assumere forma, è stato messo da parte e utilizzato in funzione prospettica: esso dovrà accennare oltre a sé, a qualcosa di lontano e di incommensurabile…”. Mi accorgo solo ora, rileggendo questo brano, che “dare uno stile al proprio carattere” non è necessario solo a chi scrive, ma anche a chi dipinge o scolpisce o compone musica. Anzi, diciamo la verità: è necessario a chi vive…

  11. pani ha detto:

    si scrive anche perché non si è contenti di quello che si legge, non si trovano le emozioni o le storie che si vorrebbero sentire. E allora non resta altro che provare a scriverle.

  12. melodiestonate ha detto:

    bellissimo e vero ciò che hai scritto…….seguo con piacere il tuo blog…..kissà se un giorno passerai dal mio……..Sara

  13. giorgio giorgi ha detto:

    Una mia paziente ogni tanto mi invia delle mail in questo periodo, perchè sta passando un periodo molto difficile della sua vita. E dice che il solo fatto di scrivere queste mail, mettendo sulle pagine i suoi sentimenti attuali, soprattutto i suoi dolori, i suoi dubbi, le sue domande senza risposta, le serve moltissimo, aldilà di quello che, eventualmente, le possa rispondere io. Le serve perchè scrivendo mette in fila i suoi pensieri e perchè li comunica a me.
    Ecco, questo mi sembra un esempio alto della funzione della scrittura: rendere oggettivi i propri sentimenti e pensieri, farli uscire da dentro di sè mettendoli materialmente in fila e poi, eventualmente ma non necessariamente, comunicarli a qualcuno che, dedicando a quegli scritti il proprio tempo e la propria attenzione, si sa che li condividerà.

  14. Mariagrazia ha detto:

    Buon giorno mi chiamo Mariagrazia
    Mi permetto di dirLe che la lettura dei suoi libri , mi regala sempre un viaggio nel tempo e nei luoghi racchiusi in me stessa. La ringrazio per questo e per il sorriso che mi regala ogni volta che scopro un mondo nuovo in me.
    grazie
    Mg.

    • Fulvio Sguerso ha detto:

      Bellissimo commento questo di Mariagrazia: dice con semplicità, chiarezza e grazia, la funzione veritativa e rivelativa delle opere di Michela; che è, tra l’altro, anche la funzione dell’opera d’arte in generale…

  15. Elisabetta ha detto:

    ….l’importante è che tu continui a scrivere Michela….:-)

  16. rossodipersia ha detto:

    Si scrive per guarire.

  17. Patrizia ha detto:

    Concordo con te in ogni parola. Ognuno ha la sua motivazione, tutte valide…ma scrivere per il piacere di farlo, per necessità, credo sia una grande fortuna. Penso che quando si comincia a pensare ad un pubblico, a chi forse ci leggerà,, si comincia a perdere la spontaneità, la sincerità,
    Non si scrive più in modo libero. Anche il blog, in parte, può far correre questo rischio. E’ importante tenere sempre a mente il perchè vero della nostra scrittura.
    Ciao

  18. se scrivere non fosse un istinto,si perderebbe ogni contenuto in grado di trasmettere realmente qualcosa🙂

  19. giorgio giorgi ha detto:

    “…chi troverà questo mio diario, avrà un sicuro vantaggio su di me: d’una lingua scritta è sempre possibile desumere un vocabolario e una grammatica, isolare le frasi, trascriverle o parafrasarle in un’altra lingua, mentre io sto cercando di leggere nella successione delle cose che mi si presentano ogni giorno le intenzioni del mondo nei miei riguardi e vado a tentoni, sapendo che non può esistere alcun vocabolario che traduca in parole il peso di oscure allusioni che incombe nelle cose.”

    Italo Calvino “Se una notte d’inverno un viaggiatore”

    Ho trovato questa citazione oggi sul blog http://www.ineziessenziali.blogspot.it

  20. Reblogged this on Le librerie invisibili and commented:
    Perché scrivo? Condivido il pensiero della filosofa Michela Marzano, che vi invito a leggere.

  21. Cristina ha detto:

    Ogni parola scritta ha un senso per chi la scrive, un senso per chi la legge…il problema è che a volte qualcuno non legge ma si sente in dovere di definire il motivo per cui quelle parole sono state scritte e soprattutto chi le ha scritte.

  22. Tale's Teller ha detto:

    Credo che nell’insieme manchi la “faccia oscura” della medaglia.
    Chi scrive per denaro. Perché convinto che lo scrivere sia un modo facile e poco faticoso per diventare ricchi e famosi o perché, già famoso, sa che potrà vendere qualsiasi libro su cui metterà il proprio nome.

    • stefano ha detto:

      facile e poco faticoso… uhmmm… forse ti confondi con qualcos’altro🙂

      • Tale's Teller ha detto:

        Credo che nemmeno quello rientri nella definizione di “poco fastidioso”. Ad ogni modo non saprei con cosa si confondano, si potrebbe fare una piccola indagine tra i grandi scrittori wannabe.

      • Alice ha detto:

        Con “il diventare ricchi e famosi in modo FACILE per mezzo dello scrivere” non sono esattamente d’accordo. Potrei sbagliarmi ma anche i migliori autori finiscono per non arricchirsi affatto. Ciò detto, che esistano persone che scrivono per denaro è indubbio.

  23. spirale ha detto:

    Ogni genere di arte è un dono! Tu hai questo dono e lo sfrutti al meglio e al massimo!!!

    • davide ferrari ha detto:

      un dono non saprei, soprattutto da parte di chi, ma sicuramente la michela ha una predisposizione fatta fruttare al meglio. è vero.

  24. Filippo Rezzadore ha detto:

    ho ricominciato a fumare e ho smesso di scrivere. non l’ avessi mai fatto! accidenti

  25. Fulvio Sguerso ha detto:

    La scrittura come testimonianza, come esercizio, come strumento, come gioco, come lavoro, come prova, come corrispondenza, come legge, come iscrizione, come promemoria, come istoria, come sentenza, come miraggio, come arma di difesa o di offesa, come maschera, come ripiego, come graffito, come “pizzino”, come preghiera, come ricatto, come affermazione di sé, come negazione di sé, come mania, come terapia, come traduzione, come verità, come menzogna, come arte, come specchio deformante di un Narciso senza Eco, come ecolalia, come vox clamantis in deserto, come testamento, come sangue, come eco di un’eco che si perde nel nulla…o in una pagina bianca tra un flatus vocis e una littera signata a futura memoria tra Thamus e il dio Theuth…

  26. guardaitreni ha detto:

    Senza offesa… Io, nell’incipit, avrei usato il congiuntivo presente…

    • Fulvio Sguerso ha detto:

      “Senza offesa”? Perché non dire soltanto “Io, nel suo incipit, ecc” . Lei crede veramente che la sua correzione possa offendere l’autrice dell’articolo? Ma per favore!

      • guardaitreni ha detto:

        Sì, lo credo.

      • guardaitreni ha detto:

        E poi perché, scusi, quel “Ma per favore!” ? Lei crede davvero che io, per farle un favore, non debba pensare che Michela Marzano possa offendersi per una correzione?

        Giusto per chiarire: il mio era il primo messaggio a questo blog. Immaginavo che venisse moderato (come di fatto è stato), quindi non potevo pensare che venisse necessariamente pubblicato. Come a volte succede con blogger molto meno famosi, la mia aspettativa dopo la segnalazione era che la signora Marzano valutasse la possibilità di correggere o meno. A quanto pare non lo ha ritenuto opportuno e a me va bene così. Chiedo scusa tanto a lei quanto alla signora Marzano se ho disturbato la serenità di questa discussione. Non era mia intenzione.

      • Fulvio Sguerso ha detto:

        Alla prof “guardaitreni”. Anzitutto la ringrazio per aver risposto alla mia perplessità su quell’incongruo timore di offendere Michela Marzano nell’atto stesso di correggere la frase iniziale del suo testo: se temeva di offendere la sensibilità dell’autrice, non sarebbe stato più logico desistere dalla correzione? Ora lei forse mi dirà che sto facendo un processo alle sue intenzioni, o che mi arrogo indebitamente il diritto di correggere a mia volta la sua correzione, ma ho inteso solo segnalarle quella che a me è sembrata una mera incongruenza…logica.
        Quanto al mio “Ma per favore!” era un’interiezione più attenuata ed educata del classico “Ma mi faccia il piacere!” del grande Totò, non certo la richiesta di un favore a beneficio del sottoscritto. Per il resto non tema: nessun disturbo alla serenità di questa discussione sul perché si scrive; anzi, il suo è stato un prezioso contributo alla medesima.

        Un cordiale saluto.

  27. ES ha detto:

    Il tuo scrivere, i tuoi libri sono come acqua per la mia mente, quanto mi hai fatto riflettere. Quanto mi sono ritrovata nelle tue parole…perchè in fondo volevo solo essere come una farfalla…
    Grazie, perchè non puoi neanche immaginare quanto mi fa bene leggere ciò che scrivi!

  28. Le Ocarine ha detto:

    Alcuni scrivono in questo modo (http://wp.me/p2mfYr-13r) nel tentativo di parlare della propria ricerca di un sentimento, una storia, un legame. E diventa evidente il pasticcio che si fa non conoscendo la lingua italiana e forse anche il tema del proprio cercare.
    Altri scrivono in maniera differente (http://wp.me/p2mfYr-j5) per dichiararsi, mescolando musica, idiomi, dialetti e sensazioni, confondendo a volte le parole con i sentimenti.
    Ma la domanda è una sola, quando usiamo le parole per scrivere, queste che peso hanno?
    A volte, pesarle è come pesare un uovo, (http://wp.me/p2mfYr-sC), un esercizio forse inutile, delicato, ma in taluni ambiti necessario.
    In sede di riunione collegiale, un professore soleva dire che le parole sono sostanza e non aria, allorquando ricordava ai candidati dottorandi di curare i loro scritti con precisione e metodo.
    Scrivere è in primo luogo catartico, ma scrivere in un blog non è però un semplice esercizio personale nel momento in cui si esclude la dimensione autorefenziale e privata come unico raggio d’azione. Occorre costanza, equilibrio e forse un minimo di distanza.
    Non è bastevole la presenza di una tastiera e di una connessione per saper scrivere. Servono storie, passione, mestiere, talento e anche un vocabolario.

  29. Dearchiara ha detto:

    “Ci sono cose che, nel tempo, semplicemente, smetti di fare.
    Scrivere a me stessa, per esempio. Parlarmi di me.

    Potrà sembrare inutile, una perdita di tempo, ma parlarsi, a volte, è il modo migliore per svuotare il sacco.

    La verità è che il tempo ci insegna ad autogiustificarci, ci insegna che le cose che non pronunciamo ad alta voce, che non mettiamo per iscritto, sono meno vere, sono miraggi appannati figli di insane paturnie. Inutili impressioni dettate dalla stanchezza, forse. Dalla routine agghiacciante del duemila, magari.

    Ed invece… invece arriva un istante in cui si deve farlo. Devo. E così comincio a scrivermi, ancora, dopo tutto questo silenzio.

    Cos’è successo Briciolina?
    Dove sei finita, tu, piccola sognatrice?
    Bambina dolcissima dai boccoli corvini e dagli occhi liquidi, come quelli di un cucciolo.
    Eri lì, accovacciata dentro il mio corpo.
    Da qualche parte io ti tenevo segregata:
    forse per proteggerti, forse per dimenticarti.

    Eri lì, cucciola smarrita.
    Non ti ho mai dato lo spazio che desideravi.
    Ti ho celata, ti ho lasciata sbiadire.
    Ma non era colpa tua.

    Mi sveglio ogni mattina e mi domando dove sei, sai?

    Sbircio l’iPhone sul comodino, schiaccio lo snooze per due o tre volte prima di prender coraggio e sollevare le coperte, prima di imporre a me stessa la solita routine, il solito tran tran monotono, ripetitivo, alienante.

    Ecco la cucina, silenzio profondo, metto l’acqua sul fuoco, stendo la tovaglia sul tavolo, e via un bicchiere, una bustina, altro bicchiere, altra bustina.
    Un termos, due termos, una bottiglietta d’acqua ed un’altra bustina.
    I medici non dicono nulla ed io, io divento medico di me stessa.

    Ecco i pantaloni, ecco la maglietta, il maglioncino, calzini ed il trucco.
    Una spazzolata veloce, due forcine, eye liner ed un pizzico di blush.
    Sono quasi umana.
    Sembro quasi viva.

    Ed invece no.
    Fingo prepotentemente d’esistere quando non so più chi sono.
    O meglio, so chi sono e posso affermare con certezza matematica d’esser altro da me.

    Tutto questo, le mie azioni, i miei vestiti, non mi appartengono affatto.
    Sono la pallida imitazione della mia inerzia primordiale, quel bisogno insito in ognuno d’esser animale politicamente corretto, d’integrarsi in un sistema sociale, di mettersi in coda per fare la fila, mangiare la solita sbobba come chiunque e sorridere pure davanti al giorno sentenziando: ecco, sì, io sono contento d’esser nato nella parte giusta del mondo.

    Ok, sì, beato te. Ok, sì, e l’importante è crederci.
    Cosa cazzo ci faccio qui?

    E sbrino la macchina con il grattino.
    Penso che, per quanto mi riguarda, ho pure avuto culo a non avere un garage abbinato al mio bilocalino perchè questo è il massimo di palestra che possa permettermi realmente visto il mio status di single con mutuo.
    Cazzo, le dita si gelano e penso al mascara che magari pure mi cola sulle guance visto il freddo e la fatica e la neve.

    Fila, c’è sempre fila e sempre traffico.
    Tutti lì incolonnati come fossimo delle pecorelle smarrite alla ricerca della nostra identità.
    La verità è che molti trovano loro stessi nel proprio lavoro, nella professione che dovrebbe nobilitarci e renderci fieri di noi, del posto in cui spendere tre quarti della mia vita, ora dopo ora, pensando a quei dieci giorni l’anno in cui potrò spendere tutto in un villaggio turistico con un partner spesso adultero e disinteressato.

    Eccoci qui, Italians.
    Pieni di inventiva, pieni di spirito creativo, pieni di amore per la letteratura.

    Ma dove??
    Dove, mi viene da dire.
    Perchè io credo d’essere la persona più interessata alla cultura con cui abbia mai avuto il piacere di lavorare.

    Cultura? Chissenefrega.
    Arte? Sgorbi senza senso.
    Musei? Andiamoci perchè c’è da fare la foto accanto al quadro famoso come fosse Madonna o Britney Spears. Cavoli, sai che roba? E’ fichissimo. Ma chi è Da Vinci? Il codice?
    Che vergona. Italians, che vergogna.

    Arrivata.
    Introduco il cartellino nell’obliteratrice che pare del dopoguerra e sento la sua stampa arcaica far vibrare il foglio come se stesse imprimendo l’orario a braille.
    Salgo tutti i gradini sino al piano superiore. Ogni passo è più pesante, ogni scalino sembra più alto e le mie scarpe paiono di cemento, rigide, scomode, incerte.
    Come me. Incerte.
    Accendo il pc ed inizio a trangugiare i miei primi bicchieri d’acqua.
    Si sa, si deve bere molto per idratarsi correttamente.
    Guardo le mie e-mail, provo a scrivere un memo delle priorità del giorno, una dopo l’altra, come piccole bandierine. Mi armo di tutta la pazienza di questo mondo ed immagino come sopravvivere alla giornata facendo il lavoro per cui ho così tanto sgomitato in questi anni: il commerciale estero.

    Non il commerciale riservato alle donne, ovvero l’impiegata commerciale.
    No, il commerciale diretto. Il commerciale da uomini.
    Quello che non hai mai abbastanza testosterone per poter fare e che, inaspettatamente, dopo sei anni di travagli a furia di back office e bollettazione, improvvisamente, ti capita di poter fare.

    Wow, ora ho quasi le palle.

    Se mi concentro, posso forse sentire, nei pantaloni, crescerle a dismisura ogni qualvolta che tratto una vendita o concludo un affare. Sì, sì, dev’essere una questione di metalmeccanica.

    Dovrei sentirmi appagata, dovrei sentirmi lusingata, dovrei bearmi e gongolare ma no. No. Non mi viene. Riesco solo a gestire le cose, metterle in fila, controllare tutto. Arriveremo a sera, anche oggi, prima o poi.

    Ed io, io, io che credevo d’essere un’artista.

    Eh, Briciolina?
    Non dovevamo essere artistiche io e te?
    Non dovevamo scrivere e conquistare il mondo con la nostra sofferenza che valeva la pena d’esser raccontata?

    E con i nostri sogni?
    Quelli così potenti, così intensi e selvaggi che indomiti ci avrebbero guidate, passo dopo passo, in ogni anno della nostra vita?

    Invece no.
    Sei qui a riempire queste scartoffie, ad arricchire altre persone poco fantasiose, poco creative e poco interessate alla meritocrazia.

    Sei qui per servire.
    A loro ed a te stessa, ti dicono.
    Anche perchè, cazzo, sputi su un lavoro al giorno d’oggi tu che ce l’hai? Ma sei scema??
    No, appunto. Eccomi qui, io, che ringrazio.

    Mi viene da piangere, è vero, ma che vuoi farci.
    Si vede che sono bacata, tutto qui.
    Si vede che non ho capito come gira il mondo.

    Cucciola dolce, resta lì e chiudi il becco.
    Cosa vuoi insegnarmi tu, che ti sei accovacciata in silenzio invece che urlare per farti sentire?
    Sei un’ipocrita e basta.
    Dovresti ringraziarmi, invece di rompere le scatole, io ci ho tirate entrambe fuori dai casini.
    Dovresti ringraziarmi, Briciolina.
    Non comprendi la fatica che ho fatto per mettermi a tacere?
    Dovresti ringraziarmi, ingrata.”

    Da: http://dearchiara.blogspot.it/2012/12/svuotiamo-il-sacco.html?spref=tw

  30. Fabio S ha detto:

    Esprimersi è fisiologico.
    Credo che ogni essere umano lo faccia a suo modo, nelle forme che le sono proprie per cultura, capacità e sensibilità espressiva, che sia attraverso una meravigliosa opera dl’arte, come con un semplice sorriso, silenzio, urlo, gesto o ghigno.
    Sarebbe belle se si offrissero ad ognuno gli strumenti e le occasioni per esprimersi al meglio, indipendentemente dal farlo attraverso l’arte, la politica, una corsa o altro, ma con libera, rispettosa e convinta scelta.
    Senza alcuna mitizzazione.. In fondo la necessità di esprimersi può essere come il bisogno di bere o regalarsi un bel respiro.

  31. Stefano ha detto:

    “Scrivo per rintracciare il bandolo della matassa della mia vita. Scrivo per fare chiarezza nel mio cuore”. Quindi scrivi per raccontare la tua storia e riscrivere il tuo mondo. Io ho cominciato a scrivere perché credevo di avere una storia da raccontare. Scrivendo e scrivendo mi sono accorto che avevo rovesciato il mondo, la storia era diventata la scintilla che mi aveva fatto sovvertire l’ordine del mondo. Ma sul più bello, quando credevo che il magico cerchio della creazione si chiudesse e sentivo di star partorendo la mia perfetta nuova creatura… Ho scoperto che le parole e i personaggi parlavano solo di me, e mi sono chiesto: sono una storia, un mondo che vale la pena raccontare?

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