L’amore è tutto? #4

Chi può avere il tempo o semplicemente la voglia di amare quando tutto crolla, non c’è lavoro, e chi ce l’ha pensa solo a come conservarlo? Chi può essere così ingenuo da credere ancora all’amore quando è ormai chiaro a chiunque che tutto ha un prezzo, tutto si consuma, nessuno è indispensabile? Perché illudersi che qualcosa “accada” indipendentemente dagli sforzi, dall’impegno e dal merito?

Anche io faccio parte di quella generazione cresciuta a suon di slogan e di volontarismo esacerbato. “Impegnati e otterrai”. “Sforzati e capirai”. “Concentrati sul tuo lavoro e avrai successo”. Menzogne di un individualismo spinto agli eccessi che ci ha fatto credere che l’esistenza fosse solo lotta e competizione e che la vita, prima o poi, avrebbe premiato i più bravi. Illusione di un “egoismo assoluto”, come dicono alcuni, che ci ha convinti fin da bambini che sarebbe stato sufficiente non fidarsi mai di nessuno ed andare avanti per la propria strada per diventare protagonisti della propria vita. Prima di scoprire che nessuno è indispensabile, che chiunque può prendere il nostro posto, che quando non serviamo più siamo buttati via. Indipendentemente dai sacrifici fatti. Indipendentemente dal merito acquisito. Perché ormai “l’uno vale l’altro”, come ripetono in tanti. Non perché non esistano competenze specifiche e quindi chiunque possa fare qualunque cosa. Solo perché queste famose “competenze” – quando esistono – sono oggettivamente senza qualità e intercambiabili. Ecco perché, nonostante sia la prima a ripetermi che il rapporto che stabilisco con i miei studenti sia assolutamente unico e speciale, so bene che se al mio posto ci fosse un’altra persona, per la mia Università non cambierebbe nulla. Anche io, come gli altri, sono solo una “risorsa umana”. Sostituibile. Rimpiazzabile. Intercambiabile.

Ma che c’entra tutto questo con l’amore, si starà chiedendo qualcuno già impaziente di leggere altro? Perché tanto tutto si equivale. E se non si finisce di leggere una rubrica, ce n’è subito un’altra…

Ebbene, l’amore c’entra eccome! Visto che è solo nell’intimità delle relazioni affettive che si esce dai meccanismi perversi dell’anonimato e dell’intercambiabilità. Non solo perché l’amore non lo si merita e non lo si guadagna – non basta impegnarsi o fare tutto quello che si pensa di dover fare per essere amati; o si è amati, oppure no; e quando si è amati lo si è per quello che si è, indipendentemente dagli sforzi o dalle competenze acquisite. Ma anche e soprattutto perché nell’amore nessuno è intercambiabile. Chi mi ama, ama me, esattamente me, solo me. E anche se un giorno dovesse amare un’altra persona, quella persona occuperebbe un altro posto e non potrebbe mai prendere il mio. Quello che ho occupato o occupo io. Quello che corrisponde solo a me, perché sono unica e diversa da tutti gli altri. Si può amare un’altra persona. Un’altra appunto. Che però non toglie niente all’amore che ho ricevuto o che continuo a ricevere.

L’amore è anticapitalistico. Ed è per questo che, anche quando tutto crolla, resiste e ci permette di sopportare la violenza dell’anonimato contemporaneo. E anche quando tutto intorno a noi tutto ci urla che siamo inutili e non serviamo a nulla, l’amore ci sussurra che non è vero, che non è così, che siamo speciali. L’unicità di quello sguardo che ci riconosce e che non ne vuol sapere niente di tutte quelle persone che cercano di occupare il nostro posto e di buttarci via. L’unicità di quelle parole – esattamente quelle – che ci accolgono la sera anche quando sono un po’ stanche e un po’ distratte. Solo perché “sono io”. Solo perché è “lui” o “lei”, come ci ricorda Montaigne in uno dei suoi saggi più belli. Ecco perché, è proprio in questo periodo di crisi, che abbiamo tanto bisogno dell’amore.

Dalla mia rubrica su Vanity Fair del 19 febbraio

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5 risposte a L’amore è tutto? #4

  1. newwhitebear ha detto:

    Hai ragione. La società è una società di egoisti individuali, dove ognuno sgomita per assicurarsi un posto al solo. L’amore? Ciarpame che impedisce di crescere e di diventare famosi. Un ostacolo da saltare.
    Eppure l’amore favorisce la socialità e la crescita ordinata di noi e degli altri. E’ come dici anticapitalista, perché solo con l’amore corrisposto è possibile superare i guasti del nostro tempo.

  2. cristina ha detto:

    L’Amore ci permette sempre di Essere, ma ci spinge a scegliere…a dispetto di ciò che ci vorrebbe “non essere”

  3. Stefano Mino ha detto:

    stavo leggendo in questi giorni ‘non è più come prima’ di recalcati. recalcati si perde in un paradosso che si inventa per poter dire qualcosa per un po’ senza aver paura di esaurire l’argomento, quello della libertà prigioniera, saltando da un corno del problema all’altro senza mai prendere il toro per le corna, in quanto in un paradosso per definizione si può andare avanti e indietro dicendo una cosa e il suo contrario contraddicendosi senza contraddirsi all’infinito. a me sembra che come sempre alla filo-psicolgia lacaniana manchi sempre lo stesso, o come direbbe lacan che dubito che sarebbe tanto contento del lavoro del suo seguace, ancora. ancora e ancora, lo stesso errore. non che lui ne fosse immune. i suoi matemi si ostinano a galleggiare nel vuoto senza che quasi mai si sia preoccupato di fornire loro un’ancora. a parte il tentativo che fa in ‘ancora’. ma deve essergli sfuggito il doppio senso che la parola ha in italiano. parliamo dell’incontro amoroso che non puo essere la somma degli incontri fra gli amanti, se non vuole prestarsi ad essere la derivata di interessi che per quanto convergenti non possono non essere interessati. ce lo ricorda catullo in ‘da mi basia, centum deinde mille, deinde centum’ insomma fino a perdere il conto, ma quale conto? il conto del tempo, delle ore, non solo quelle che passano insieme all’amante, ma anche del momento che l’invidioso potrebbe calcolare svelando l’interessamento che si cela dietro l’incontro a questo punto pseudo amoroso. quando ci si ama nessuno sa dire chi per primo abbia visto l’altro, quando questo momento è sfuggito agli strumenti di misura del fisico diventanto un sentimento nuovo, che prima non c’era, dando corpo ad una parola, ‘amore’, che spesso fluttua nel discorso senza avere un riferimento preciso e senza trovarlo mai perché neache chi lo vive questo amore è poi sicuro che il due che si rapporta fra loro sia veramente fatto di carne e sangue, nemmeno quando a coronarlo produce una nuova vita che subito si ribella al ruolo di ‘amorino’ che la vulgata vorebbe assegnargli. un video sulla multidimensionalità dell’universo però mi ha fatto venire un’idea. in breve un abitante di flatland è come una formica che cammina su un foglio di giornale. piegando il foglio, la formica socmpare da un punto del suo spazio piatto per comparire magicamente in una altro punto dello spazio senza che l’abitante di quel mondo piatto abbia idea di quali equazioni permettano questo teletrasporto. finché viviamo nel mondo 4d in cui viviamo, l’amore è impossibile. siamo sempre il frutto della combinazione delle 4 dimensioni spaziotemporali rispetto ad una origine che ci riduce a semplici funzioni. l’incontro d’amore allora mi viene da pensare che non sia altro che una piega nella quinta dimensione per cui dall’universo famigliare, la nostra origine che di noi spiega tutto, ci permette di sparire per comparire misteriosamente in una altra zona dell’universo dove nessuna delle equazioni deterministiche einstein compreso sa ancora descrivere come arriviamo, e nel quale avviene l’incontro con un altro che come noi, e forse che a causa di una forza ignota, magari il destino, è venuto ad incontrarci, mentre noi non ci rendiamo conto di avere con la potenza del nostro immaginario e l’aiuto dell’altro a noi destinato deformato questo spazio a 5 dimensioni per dare origine all’amore. incontro amoroso che poi mi ricorda molto quello che dice il teorema di noether sulla simmetria. in quantistica questa simmetria non appartiene più al campo reale, ma al campo comlesso e ai numeri immaginari, per cui non ho mai capito perché lacan sia stato così deriso per aver paragonato il fallo alla radice di meno uno. era la cosa più sensata che poteva dire. cosa rende quindi un fatto l’esistenza di coppie che si amano? l’esigenza di ‘abbassarsi’ (lo dico ‘schpenauerianamente’) allo stesso livello della coppia che ci ha messo al mondo sul piano immaginario, per ristabilire una simmetria almeno sul piano complesso. ad una sesta dimensione ancora, mi viene da pensare, perché l’amore continua a vivere nonostante la morte, ma non sconfigge la morte materiale? forse perché è un trasferimento di energia unidirezionale ad una sesta dimesione, che l’unica potenza che potrebbe sconfiggere è un riequilibrio della simmetria ad una settima dimensione. forse è questo il senso dei figli che mettiamo al mondo, per quanto inafferrabile dal pensiero: essere l’energia che dà la vita ai padri e alle madri che altrimenti non potrebbero esistere per metterli al mondo, nè innamorarsi, ristabilendo una simmetria su un qualche piano in cui non è la coppia che conta, ma il tempo che è solo un’illusione e nessuna energia fluisce asimmetricamente come niente può fluire da se stesso a se stesso.
    che ne pensa?
    cordiali saluti

  4. Stefano Mino ha detto:

    da qui anche il modo di dire
    mi ami? ma quanto mi ami?
    un muone!
    riferita a quelle situazioni in cui l’amore è erogato sotto forma di pacchi regalo, o pacchetti all inclusive ‘avrai famiglia bambini benessere e motocicletta 10 hp, basta che dici sì’

  5. Mila ha detto:

    È la prima volta che leggo i tuoi lavori. Complimenti davvero..esprimere in modo semplice pensieri e ragionamenti così profondi credo sia un vero dono. Non tutti ne sono all’altezza.

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