L’amore è tutto? #4

Chi può avere il tempo o semplicemente la voglia di amare quando tutto crolla, non c’è lavoro, e chi ce l’ha pensa solo a come conservarlo? Chi può essere così ingenuo da credere ancora all’amore quando è ormai chiaro a chiunque che tutto ha un prezzo, tutto si consuma, nessuno è indispensabile? Perché illudersi che qualcosa “accada” indipendentemente dagli sforzi, dall’impegno e dal merito?

Anche io faccio parte di quella generazione cresciuta a suon di slogan e di volontarismo esacerbato. “Impegnati e otterrai”. “Sforzati e capirai”. “Concentrati sul tuo lavoro e avrai successo”. Menzogne di un individualismo spinto agli eccessi che ci ha fatto credere che l’esistenza fosse solo lotta e competizione e che la vita, prima o poi, avrebbe premiato i più bravi. Illusione di un “egoismo assoluto”, come dicono alcuni, che ci ha convinti fin da bambini che sarebbe stato sufficiente non fidarsi mai di nessuno ed andare avanti per la propria strada per diventare protagonisti della propria vita. Prima di scoprire che nessuno è indispensabile, che chiunque può prendere il nostro posto, che quando non serviamo più siamo buttati via. Indipendentemente dai sacrifici fatti. Indipendentemente dal merito acquisito. Perché ormai “l’uno vale l’altro”, come ripetono in tanti. Non perché non esistano competenze specifiche e quindi chiunque possa fare qualunque cosa. Solo perché queste famose “competenze” – quando esistono – sono oggettivamente senza qualità e intercambiabili. Ecco perché, nonostante sia la prima a ripetermi che il rapporto che stabilisco con i miei studenti sia assolutamente unico e speciale, so bene che se al mio posto ci fosse un’altra persona, per la mia Università non cambierebbe nulla. Anche io, come gli altri, sono solo una “risorsa umana”. Sostituibile. Rimpiazzabile. Intercambiabile.

Ma che c’entra tutto questo con l’amore, si starà chiedendo qualcuno già impaziente di leggere altro? Perché tanto tutto si equivale. E se non si finisce di leggere una rubrica, ce n’è subito un’altra…

Ebbene, l’amore c’entra eccome! Visto che è solo nell’intimità delle relazioni affettive che si esce dai meccanismi perversi dell’anonimato e dell’intercambiabilità. Non solo perché l’amore non lo si merita e non lo si guadagna – non basta impegnarsi o fare tutto quello che si pensa di dover fare per essere amati; o si è amati, oppure no; e quando si è amati lo si è per quello che si è, indipendentemente dagli sforzi o dalle competenze acquisite. Ma anche e soprattutto perché nell’amore nessuno è intercambiabile. Chi mi ama, ama me, esattamente me, solo me. E anche se un giorno dovesse amare un’altra persona, quella persona occuperebbe un altro posto e non potrebbe mai prendere il mio. Quello che ho occupato o occupo io. Quello che corrisponde solo a me, perché sono unica e diversa da tutti gli altri. Si può amare un’altra persona. Un’altra appunto. Che però non toglie niente all’amore che ho ricevuto o che continuo a ricevere.

L’amore è anticapitalistico. Ed è per questo che, anche quando tutto crolla, resiste e ci permette di sopportare la violenza dell’anonimato contemporaneo. E anche quando tutto intorno a noi tutto ci urla che siamo inutili e non serviamo a nulla, l’amore ci sussurra che non è vero, che non è così, che siamo speciali. L’unicità di quello sguardo che ci riconosce e che non ne vuol sapere niente di tutte quelle persone che cercano di occupare il nostro posto e di buttarci via. L’unicità di quelle parole – esattamente quelle – che ci accolgono la sera anche quando sono un po’ stanche e un po’ distratte. Solo perché “sono io”. Solo perché è “lui” o “lei”, come ci ricorda Montaigne in uno dei suoi saggi più belli. Ecco perché, è proprio in questo periodo di crisi, che abbiamo tanto bisogno dell’amore.

Dalla mia rubrica su Vanity Fair del 19 febbraio

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L’amore è tutto? #3

“È solo quando si smette di avere paura che si comincia ad amare.” Frase da bacio perugina? Copia-e-incolla da Twitter o da Facebook dove facciamo tutti a gara a chi la spara più banale o più kitsch? Pensatela pure come vi pare. E non esitate ad accusarmi di frivolezza o di superficialità. Tanto non me la toglie nessuno dalla testa la convinzione che, a forza di utilizzare paroloni – e frasi così complesse che per venirne a capo bisogna leggerle almeno quattro o cinque volte –, si finisce solo con il fare a pezzi la realtà e a perdere il senso comune. Figuriamoci poi quando si parla d’amore! La cui grammatica elementare è impastata proprio di semplicità e di quelle piccole cose, quelle che tante volte si disprezzano ma che poi, in fondo, ci riempiono la vita. Ma se continuo con queste digressioni, perdo definitivamente il filo. Mentre quello di cui mi piacerebbe parlarvi oggi non ammette né digressioni né giri di parole. Visto che finché c’è la paura – inutile mentire, inutile raccontarsi frottole, inutile negarlo – l’amore non accade. Ma paura di che cosa? Paura di chi?

Le paure che l’amore risveglia sono infinite. Paura di illudersi. Paura di sbagliare. Paura di non essere all’altezza. Paura di essere traditi. Paura di perderlo o di perderla. Tutte quelle paure che ci si porta dentro fin dall’infanzia, quando si dipendeva in tutto e per tutto dai nostri genitori, e si sarebbe stati disposti a fare qualunque cosa pur di non perdere il loro amore. È da lì che parte tutto. Da quei momenti di fragilità che poi ci accompagnano per il resto della nostra vita. E che tante volte ci determinano, anche se cresciamo, anche se impariamo a sbrigarcela da soli, anche la smettiamo di illuderci che con l’altro potremo un giorno sperimentare di nuovo la gioia della fusione e dell’indeterminatezza. Quell’amore incondizionato che, in fondo, non esiste. Perché non c’è amore senza separazione e senza una qualche distanza di sicurezza.

Ma se l’amore incondizionato non esiste, perché dovremmo allora lasciarci andare? Perché dovremmo prendere dei rischi? Perché non rinunciare del tutto alla dipendenza affettiva?

Quando si ama, si è per definizione vulnerabili e dipendenti. Quella vulnerabilità e quella dipendenza che ci portano a sperare di ricevere quei gesti e quegli sguardi di cui abbiamo tanto bisogno, quell’ascolto e quella comprensione che non possiamo esigere né dai nostri colleghi, né dai nostri datori di lavoro, né dai nostri stessi amici. Perché le relazioni sociali, anche quando c’è stima e rispetto reciproco, sono sempre influenzate dai codici di comportamento e dalle convenzioni. Solo nell’intimità dell’amore ci si può togliere la maschera e uscire dai ruoli. E allora certo che si è dipendenti! Certo che si è vulnerabili! Certo che si ha paura!

Che cosa mi succede se poi anche lui o anche lei mi giudicano male e se ne vanno? Non rischio di ritrovare solamente con un pugno di polvere in mano?

Quando si ama, si rischia. Sempre. E nessuno potrà mai avere la certezza che l’altro non approfitterà delle nostre fragilità e che, prima o poi, ci rinfaccerà tutto quello che gli abbiamo chiesto, tutto quello che gli abbiamo confessato, tutto quello che gli abbiamo svelato. Eppure è solo quando la si smette di aver paura e ci si fida, che il mondo privato, come scriveva Hannah Arendt, “non è più un inferno”. Ci si toglie la maschera e si smette di recitare. Ci si toglie la maschera e ci limita ad essere come si è. Talvolta insopportabili. Sempre imperfetti. Come tutti d’altronde. Condividendo quella paura che, nel momento in cui viene finalmente accolta e tollerata, finisce poi anche con il sembrarci meno insormontabile.

Dalla rubrica “L’amore è tutto?” pubblicata su Vanity Fair del 5 febbraio

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L’amore è tutto? #2

L’inganno più grande è quello del “principe azzurro” o della “principessa rosa” – perché poi, checché se ne dica, ci caschiamo proprio tutti nella trappola delle fiabe, indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale. Ma lasciamo perdere il “politicamente corretto” e cerchiamo di capire un po’ perché si tratta veramente di un inganno. Visto che, nonostante tutto, al principe ci si continua a credere anche da grandi. E non appena, con l’altro, sorgono i primi problemi, ci si rifugia nelle lamentele e nelle recriminazioni: non è lui! non è lei! non è questo che volevo! Prima di andarsene via sbattendo la porta, perché “lui” non è stato capace di ascoltare, “lei” non è stata capace di essere autonoma, “loro” non sono stati capaci di niente. E, sicuramente, da qualche parte c’è un “lui” o una “lei” che ci stanno aspettando. Basta cercare bene. Basta trovarli.

E allora è sempre un ricominciare senza sosta. Ti incontro, mi innamoro, ti idealizzo, mi deludi, mi rendo conto di come sei veramente, ti lascio. Rimproverandoti perché non sei esattamente come pensavo che fossi, non corrispondi a quello che mi hai fatto credere, tra l’immagine con cui ti sei presentato e la realtà c’è un abisso. Mi hai ingannato, e ora ne paghi le conseguenze!

Forse è per questo che le storie “usa-e-getta”, come direbbe Zygmunt Bauman, si accumulano nei cassetti dei nostri armadi. Lasciandoci con l’amaro in bocca dell’ennesima delusione. Ma forse Bauman non ha del tutto ragione quando ci spiega che questo “usare” e “gettare” gli altri è il sintomo più evidente di una società in cui tutto è fatto per essere comprato e consumato. Perché il problema dell’eterno ricominciare, a me, sembra più che altro legato al mito del “principe azzurro”. Quell’ideale che ci siamo costruiti da bambini e cui poi continuiamo ad andare dietro – anche se non parliamo più di principi e di principesse –, convinti che prima o poi incontreremo la persona “giusta”. Ma “giusta” per cosa? “Giusta” per chi?

In amore, il giusto e l’ingiusto non hanno alcun senso. Siamo tutti “giusti” e tutti “sbagliati”. Perché, in fondo, nessuno di noi può colmare il vuoto che l’altro si porta dentro. Quel vuoto che ci abita e che ci tormenta tutti. Quel “qualcosa di assente” cui non si riesce mai a dare un nome preciso e che, nonostante tutto, c’è, e fa male. Il principe azzurro, una volta che diventiamo grandi, è proprio questo: quella persona che dovrebbe essere capace di occupare lo spazio vuoto che abbiamo in noi, esattamente quello e nient’altro. Occupare quel posto che gli abbiamo preparato da sempre. Senza muoversi e senza far rumore. Per mettere a tacere le nostre ansie e saziare i nostri desideri.

E poi? E poi, se veramente qualcuno prova ad occupare quello spazio vuoto e a tacere, allora sì che soffochiamo e moriamo. Almeno da un punto di vista psichico. Oppure è lui che soffoca e muore. Perché rinuncia al proprio desiderio e si trasforma in un semplice oggetto. Come accadeva un tempo alle nostre nonne. Silenziose e mansuete per non disturbare il marito. Prima di rendersi conto che la vita era passata e che, invece di aver trovato il principe azzurro, erano state accanto ad un padrone…

Allora forse è meglio l’usa-e-getta. Perché almeno così lui non si appiccica, e nemmeno io, e quando le cose cominciano a scricchiolare tutti e due possiamo passare al “seguente”. A meno di rinunciare alla perfezione e agli ideali. E smetterla di ingannarci da soli. E fare i conti con chi ci è veramente accanto.

Dalla rubrica “L’amore è tutto?” pubblicata su Vanity Fair del 29 gennaio

 

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L’amore è tutto? #1

È sempre più difficile parlare d’amore senza farsi ridere in faccia. Talvolta basta anche solo la parola. Ed è subito una valanga di battute e di sguardi di commiserazione. Ma come, ci credi ancora? Che senso ha? E poi?

E poi, in realtà, niente! A parte quello che ho capito pian piano, quando ho cominciato a essere sincera con me stessa, e ad ammettere che l’unica cosa per cui valeva veramente la pena di battermi era proprio l’amore. Non l’amore ideale, certo. Non quello fatto di giorni indimenticabili e di sintonia su tutto, perché si vogliono esattamente le stesse cose, ci si capisce al volo, si anticipano i desideri altrui e si è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Di perfezione e di magia, nella vita, ce ne sono ben poche. Soprattutto quando si pensa alle relazioni sentimentali e alla vita di coppia. Ecco perché quando parlo di amore, mi riferisco sempre e solo a quello reale. Quello fatto di litigi e di porte che sbattono, di camicie sporche che si accumulano in bagno e di lavapiatti da scaricare. Quello in cui il principe azzurro o la principessa rosa hanno tolto la maschera e non brillano più. Perché l’altro non è mai esattamente come vorremmo che fosse, non corrisponde mai alle nostre aspettative, è sempre altro. Terribilmente altro…

Io, per uscire dal mondo degli ideali e delle fiabe, ci ho messo quasi quarant’anni. E non sto nemmeno a dirvi quante volte mi sono ripetuta che, con l’amore, avevo chiuso per sempre. Perché tanto finiva sempre nello stesso modo. E dopo i primi mesi in cui tutto andava bene –  lui era proprio come volevo e insieme eravamo una coppia fantastica, mica come i nostri genitori che non si erano mai amati ed erano rimasti insieme perché un tempo era così che si faceva – poi iniziava sempre la noia e il disincanto. Quindi perché avrei dovuto continuare a crederci e ricominciare?

Ma questo, appunto, era prima. Quando pensavo ancora che l’amore dovesse essere la soluzione a tutti i miei problemi. Quando pretendevo che l’amore potesse riparare “tutto”, darmi “tutto”, essere “tutto”. E non avevo ancora capito che l’amore, come la vita, è sempre pieno di contraddizioni e di fratture.

L’amore, quello reale, quello che ci accompagna giorno dopo giorno, è fatto di dubbi e di incertezze. Quegli stessi dubbi e quelle stesse incertezze che ci portiamo dietro quotidianamente, quando ci rendiamo conto che non riusciamo mai a fare esattamente quello che avremmo voluto fare, quando continuiamo a sbagliare e a farci male, quando ci sorprendiamo a dire il contrario di quello che pensiamo. Allora perché continuo a stupirmi quando torno a casa la sera, gli racconto che la giornata è stata un disastro, mi aspetto che mi consoli e mi faccia una carezza, e lui invece continua a leggere, solleva appena la testa dal giornale, mi dice un distratto “sì hai ragione”, e poi continua a farsi i fatti suoi?

Anche quando ci si ama, ci si capisce solo in parte. Ma ci si accetta e ci si tollera per come si è. Dopo aver capito che l’altro non è lì per risolvere i nostri problemi, ma per permetterci di non far finta di non averli.

Chiunque ami, ci ama “nonostante”. Senza volerci diversi da quello che siamo. Senza chiederci di cambiare. Anche quando ci sono cose che non si riescono a condividere. Cose che rinviano alla nostra storia. Cose che talvolta riemergono, prima di renderci conto che è accanto a lui, o accanto a lei, che il rumore del passato diventa meno assordante. Anche se non ha niente del principe azzurro o della principessa rosa che aspettavamo quando eravamo bimbi e volevamo che anche la nostra storia finisse con un “vissero per sempre felici e contenti”.

Dalla rubrica “L’amore è tutto?” pubblicata su Vanity Fair del 22 gennaio

 

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Vita pubblica, vita privata o semplice indifferenza?

Sono giorni che penso di scrivere qualcosa sulla vicenda Hollande/Valérie/Julie. Poi mi lascio prendere dalle cose da fare, e lascio perdere. Forse un po’ vigliaccamente. Perché non è facile prendere posizione su una storia di tradimento e di infedeltà. Tanto più che sono sempre la prima a difendere le contraddizioni degli esseri umani, soprattutto quando si parla di amore. D’altronde, chi sono io per giudicare?

Però Hollande non è solo un uomo impastato di fratture. È anche il Presidente delle Repubblica. È anche colui che rivendicava, durante la campagna elettorale, l’integrità della funzione e l’impossibilità di errare. Perché allora rifiutarsi di rispondere alle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa? Perché non avere il coraggio di parlare dell’accaduto?

Ma non è di questo che voglio parlare. Anche se, quando si ricoprono ruoli pubblici così importanti, non ci si può accontentare di trincerarsi dietro il principio della difesa della privacy. E anche se non sono una fan della “trasparenza”, penso che i cittadini abbiamo diritto almeno alla “verità”…

Quello che mi spinge a scrivere qualche riga su questa storia, però, è altro. È soprattutto la scoperta del fatto che, da quando Valérie Trierweiler è stata ricoverata, Hollande non è mai andato a trovarla in ospedale.

Ammettiamo pure che la loro storia sia finita. Ammettiamo anche che il Presidente non voglia più che se ne parli. Come è possibile, però, non sentire nemmeno il bisogno di vederla e di parlarle, di chiederle come sta e di scusarsi per quelle foto che hanno gettato in pasto davanti alla Francia intera il tradimento di una donna?

Una storia d’amore può finire. Soprattutto se non era amore…

Ma come si fa a stracciare così una storia, anni di complicità, momenti di passione?

Caro Presidente, per me il vero problema è qui.

Non tanto nel fatto che Hollande si sia innamorato di un’altra donna. Può accadere. Capita… Il vero problema è nella sua incapacità di assumersi la responsabilità dell’accaduto!

Caro Presidente, non pensa che la grandezza di un uomo risieda soprattutto nella capacità di “mettre en récit” la propria storia, anche quando ci sono gesti o momenti di cui non si è del tutto fieri?

 

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L’amore è fatto di giornate intere che scompaiono…

 

… accanto ad attimi che diventano eternità…

E se poi lui mi abbandona?

Ma è solo un istante. Perché in fondo lo so che lui sa che non posso farcela da sola, e che anche quando gli dico che va bene, non va bene per niente, perché faccio quasi sempre il contrario di quello che vorrei fare e basta un soffio di vento per farmi crollare, anche se sono forte, tanto forte, tu lo sai quanto sono forte, vero?

 

 

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Nell’inferno delle violenze contro le donne…

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà – scriveva Italo Calvino. Se ce n’e uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni e che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige apprendimento continuo: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Nell’inferno delle violenze contro le donne, che abitiamo tutti i giorni, non possiamo limitarci ad accettarlo diventandone parte, fino al punto di non vederlo più. Dobbiamo combatterlo, da un punto di vista non solo personale, ma anche istituzionale. Dobbiamo combatterlo proteggendo le vittime e punendo i colpevoli. Dobbiamo combatterlo, forse prima ancora di qualche altra azione, attraverso la cultura e la forza della ragion critica. Quel pensiero critico che, come ci hanno insegnato tra gli altri Adorno e Arendt, permette di fare a pezzi i pregiudizi, gli errori, i compromessi, le scuse, l’oscurantismo, i ritardi, le ingiurie, la banalità… in una parola, la violenza. Solo il pensiero critico permette di riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno – per riprendere Calvino – non è inferno.

La violenza non la si può eliminare del tutto, l’ho già scritto più volte. La violenza la si può contenere e prevenire. Ma per farlo, dobbiamo sviluppare lo spirito critico attraverso l’educazione. Educazione, educazione e ancora educazione. Per far capire a tutti e tutte, fin da piccoli, che il proprio valore è intrinseco e non strumentale; che ogni persona, a differenza delle cose che hanno un prezzo, non ha mai un prezzo ma una dignità; che la dignità non dipende da quello che gli altri pensano di noi, da quello che gli altri ci dicono o meno, da quello che gli altri ci fanno. Fino a quando una donna crescerà convinta che il proprio valore dipende dallo sguardo che gli uomini portano su di lei o dai giudizi che piovono sul proprio comportamento, non saprà che la dipendenza che la lega a un uomo è la dipendenza che ci lega tutti ai nostri simili, e che dipendere non vuol dire assoggettarsi, e che l’assoggettamento rende schiavi.

Etienne de la Boétie, l’amico di Montaigne, ci ha spiegato i meccanismi della servitù volontaria. Ogni essere umano aspira alla libertà, ma chi non ha mai conosciuto la libertà come fa a capire che la propria condizione di schiavitù non è il frutto della necessità o della natura ma solo quello della dominazione violenta e ingiustificata altrui?

Non si può combattere la violenza se non si educano le ragazze alla consapevolezza del proprio valore e della propria libertà. Esattamente come non si può combattere la violenza se non si educano i ragazzi alla consapevolezza del valore e della libertà altrui.

Educare, educare e ancora educare. Modificando i manuali scolastici e formando gli educatori. Tutto parte da lì, nonostante il disprezzo attuale per la cultura, ingolfati in un mondo del fare – che senza pensiero è solo un agitarsi cieco e sordo a ciò che ci rende umani.

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Fiducia alla Cancellieri, fiducia al Governo e responsabilità politica e morale

“Ne sono profondamente rammaricata”, dice il Ministro Cancellieri. Ma il rammarico non basta. Perché quando si sbaglia, si devono sopportare le conseguenze degli errori commessi. E ci si dimette. Perché quando si parla di responsabilità dinanzi al Paese e al Parlamento, non si parla solo di responsabilità penale, ma anche e soprattutto di responsabilità politica e morale. Soprattutto quando si è un Ministro della Repubblica e si incarna un’Istituzione.

In un momento come questo – di crisi della politica e delle istituzioni – un Ministro non può permettersi di non essere irreprensibile nell’esercizio delle proprie funzioni. Un Ministro deve essere al di sopra di ogni sospetto. Un Ministro deve, se commette un errore, sopportare le conseguenze e dimettersi. Quale fiducia si può altrimenti avere in lui? Quale fiducia si può riporre nelle Istituzioni che un Ministro rappresenta?

La fiducia che mi appresto a votare oggi in Aula, non è una fiducia al Ministro Cancellieri. La fiducia che mi appresto a votare è la fiducia al Governo, come ci è stato chiesto ieri seri durante l’assemblea del gruppo del PD dal Presidente Letta. “Quello che viene chiesto domani è un voto di sfiducia al governo”, ha detto ieri sera Enrico Letta. “So che la pensiamo diversamente, ma vi chiedo un atto di responsabilità.

Ecco perché oggi, esercitando la mia responsabilità, “obbedirò” al Presidente Letta. Nonostante la sfiducia che provo ormai nei confronti del Ministro. Nonostante sia triste nel constatare il fatto che il Ministro, le sue responsabilità, non se le assume.

Obbedisco per responsabilità dei confronti del mio gruppo. Obbedisco per responsabilità nei confronti del Governo. Obbedisco per responsabilità nei confronti del Paese e della Costituzione.

 

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Essere post-ideologici non significa cancellare la storia, cari colleghi del M5S…

Fanno della fine delle ideologie uno dei loro cavalli di battaglia. Fanno della valorizzazione delle competenze una bandiera. Accusano tutti gli altri di essere corrotti, incompetenti, ladri e buffoni… e poi?

Poi crollano sotto il peso delle contraddizioni e dell’ignoranza. Poi mostrano di che pasta sono fatti. Poi si ridicolizzano, ridicolizzando al tempo stesso le istituzioni…

Perché questo attacco? potrebbe dirmi qualcuno a questo punto, cominciando già ad insultarmi su twitter… prima ancora di aver finito di leggere questo post, oppure di aver capito quello che sto scrivendo dopo averlo letto…

Ma il mio attacco non è gratuito. E vi racconto i fatti… almeno questi ultimi…

È in questi giorni in discussione nella VII commissione della Camera, la commissione cultura, un progetto di legge “sull’istituzione del premio biennale di ricerca Giuseppe Di Vagno per la conservazione della memoria del deputato socialista assassinato il 25 settembre 1921”. Chiunque abbia un minimo di cultura sa perfettamente chi sia Giuseppe Di Vagno. E conosce il dramma del suo assassinio. E sa quanto sia importante non dimenticare mai quanto accaduto in Italia negli anni Venti-Quaranta. E rispetta la memoria. E onora i sacrifici…

Loro, però, a quanto pare no. Loro, i magnifici colleghi del M5S, sono post-ideologi. Loro non si lasciano ingannare da chi, erede di quella tradizione, vorrebbe ancora ingannare gli Italiani… Ecco allora che tra gli emendamenti presentati appare in bella vista: “sopprimere le parole: <per la conservazione della memoria del deputato socialista assassinato il 25 settembre 1921>”; “sopprimere la parola <socialista>”; “sostituire le parole <socialismo> con <la cultura sociale, economica, ambientale>”…

Da quando in qua essere post-ideologici significa cancellare la storia?

Cari colleghi del M5S, prima di fare prediche, riflettete per favore. Gli Italiani non si meritano quest’ignoranza e quest’arroganza…

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Quello che sembra, con l’autenticità dell’essere, non c’entra niente…

Che l’apparenza non c’entri niente con l’essere, ormai lo sappiamo tutti. Almeno in teoria. Perché poi non la smettiamo mai di stupirci dell’abisso incolmabile che esiste tra l’immagine che gli altri hanno di noi, e quello che noi siamo; tra quello che ci viene attributo, e quello che proviamo; tra quello che sembriamo dall’esterno, e quello che viviamo ogni giorno, ora dopo ora, istante per istante…

Non che si sappia veramente chi si è. Perché nessuno dovrebbe essere tanto ingenuo da pretendere di sapere veramente chi è, e che cosa vuole. Nessuno può mai essere certo di conoscere il modo in cui reagirà di fronte a determinate cose, se avrà o meno il coraggio di mettersi in discussione   per ascoltare gli altri, di difendere i propri valori e le proprie idee nonostante la pressione altrui, di dire di “no” quando tutti si aspettano invece un “sì”… Nessuno lo sa. Anche chi pretende il contrario…

Solo che ci sono anche tante cose che si sanno di se stessi.

Soprattutto quelle che ci accompagnano da sempre, fin da quando quando si è bambini. E che non scompaiono mai, nemmeno quando si è imparato a razionalizzarle e a metterle a distanza…

Quella paura di sbagliare. Quell’angoscia di non farcela. Quella certezza di non essere all’altezza…

Allora sì, è strano quando dall’esterno ti arrivano quegli sguardi di disprezzo. Quelle parole che ti cadono addosso come un temporale improvviso. Quel “tanto per te è tutto facile” che cozza con gli sforzi quotidiani per andare avanti. Quel “tu hai sempre avuto tutto” che ti arriva come uno schiaffo in pieno viso…

Ma la vita è così. E non ci si può fare niente.

Chi non prende il tempo di guardarti negli occhi e di vedere quello che si nasconde dietro le maschere non saprà mai chi sei. E passerà il tempo a credere di sapere meglio di te quello che vivi e come stai. E avrà parole di disprezzo e tanta rabbia. Lasciandoti solo con le tue incertezze…

Unknown

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