Volevo essere una farfalla

Così ho combattuto con la mia anoressia

di Michela Marzano – da La Repubblica del 26 agosto 2011 – pagina 1 -47

PENSAVO che non ne avrei mai parlato. Che sarebbe rimasto per sempre il mio segreto. Che non avrei permesso a nessuno di sfiorare le mie fratture e le mie debolezze. Poi, pian piano, raccontare la mia storia è diventata una necessità. Perché l’ anoressia non è una cosa di cui ci si deve vergognare. L’ anoressia non è né una scelta, né un’ infamia. L’ anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’ abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire. E per imparare a vivere si deve avere il coraggio di dare un senso a tutta questa sofferenza. Certo, per uscirne non esistono formule magiche. Come pretendono alcuni. Come forse sarebbe bello che fosse. Ma esiste qualcosa che è più forte delle semplici formule: la forza delle parole. Quelle che permettono di ripercorrere millee mille volte sempre le stesse cose. Gli stessi attimi. Le stesse incertezze. Gli stessi rimpianti. E poi, come per magia, il pensiero riappare. E ci aiuta a ritrovare il bandolo della matassa. Quell’ istante preciso in cui qualcosa si è interrotto. E che prima ci si illudeva di poter dimenticare per fare “come se” nulla fosse mai accaduto. Barricandosi dietro ad un pensiero razionale capace, certo, di spiegare tutto, ma in realtà incapace di aprire la porta ai perché della vita. E allora ho capito come mai avessi deciso di diventare una filosofa. Perché se c’ è una disciplina che fa dei “perché” il punto di partenza e di arrivo è proprio la filosofia. Non quella astratta né quella perentoria. Ma quella incarnata che si costruisce intorno all’ evento, come direbbe Hannah Arendt. Quell’ evento che appare nel mondo e lo trasforma. E che obbliga, nonostante tutto, a trovare alcune risposte. Io queste risposte le ho trovate. Ed è anche attraverso la mia anoressia che ho imparato a vivere. Senza quella sofferenza, forse, non sarei diventata la persona che sono. Probabilmente non avrei capito che la filosofia è un modo per raccontare la finitezza e la gioia. Gli ossimori e le contraddizioni. Il coraggio immenso che ci vuole per smetterla di soffrire e la fragilità dell’ amore che dà senso alla vita. È questo che ho voluto raccontare nel mio libro. Per condividerlo con gli altri. Per mostrare che c’ è un modo per uscirne. Una filosofia della resistenza e della speranza.

Volevo essere una farfalla (Recensione)

Recensione di DARIA GALATERIA (tratta da La Repubblica 26 agosto 2011 —   pagina 47  sezione: CULTURA)

Ora che Michela Marzano pubblica il romanzo della sua anoressia ( Volevo essere una farfalla, Mondadori, pagg. 210, euro 17,50) diventa palese e affascinante l’ uso letterario che aveva fatto della malattia già nei saggi filosofici. La Marzano ha disseminato nei suoi studi centinaia di sintomi. Usa spesso la parola “disincarnato”, “smaterializzato”, e anche, per il mondo modellato dalle imprese ( Estensione del dominio della manipolazione ), il termine “gabbia”, che nel romanzo è associato al corpo anoressico. Volevo essere una farfalla si propone come una scrittura scucita. Ma non puoi raccontare una storia? le chiede il compagno; ma lei vuole usare una scrittura ellittica, “disincarnata” appunto; “quando si ha una bella idea non si riesce a darle carne, a farla vivere”. Michela Marzano ha iniziato il suo racconto molti anni prima di questa Farfalla, che dice “gli anni passati con la fame, a punirmi per ogni caloria ingoiata, a mangiare e vomitare tutto”, e suggerisce il ruolo (il peso) delle aspettative del padre – “voglio scrollarmi di dosso il peso del dovere, voglio sentirmi leggera”; “Con me papà è sempre stato troppo pesante – per anni, ho fatto di tutto per diventare leggera come una farfalla… In termini di chili, s’ intende”: un padre che compare, letteralmente a ogni pagina, a chiedere la perfezione. Sotterraneamente, già nei saggi Michela Marzano si è trovata a assumere argomenti e metafore dal suo passato anoressico. Negli interventi sull’ “abietto” per esempio: “da ab e jectus, i lemmi di repulsione, ribrezzo rinviano alle nozioni di sporcizia, rifiuto e impurità, che troviamo spesso associate al corpo e alle sue escrezioni. La parola puro designa al contrario ciò che è pulito, immacolato, impeccabile”. Ha scritto ( La filosofia del corpo) che “il corpo è impuro per antonomasia perché ingerisce, digerisce, assimila, espelle e secerne”. Ha studiato la body-art dell’ artista Orlan, che con le sue performances chirurgiche “si serve della sua carne per esibire l’ immagine ideale che ha di se stessa”. La pornografia ( Malaise de la sexualité) mette avanti un corpo “smaterializzato, immune da invecchiamento e imperfezioni”. Il corpo è il luogo di interrogativi esistenziali;è lo “strumento tramite il quale possiamo dimostrare quale specie di essere morale noi siamo”. Per costruire la sua nuova “filosofia del corpo” ( Penser le corps, Dictionnaire ), la Marzano ha attraversato l’ evangelista Matteo (“tutto ciò che entra nella bocca passa nel ventre e va a finire nella fogna; tutto questo rende immondo l’ uomo”), Nietzsche, Proust (“quando siamo ammalati, ci rendiamo conto che viviamo incatenati a un essere di una specie differente che non ci conosce: il nostro corpo”), Amos Oz, il cyberspazio- in cui gli avatar “non sono più infastiditi dalla pesantezza del corpo”. Ma a un gioco, a uno svelamento più pericoloso siamo chiamati dal romanzo. “Preferisco lasciare delle tracce. Degli indizi. Tutto è collegato. Basta mettere insieme i pezzi e il puzzle si fa da solo”. Dunque, questa storia è un puzzle. L’ autrice non dirà tutto, lo avvisa in esergo. E allora eccoci autorizzati a indagare tra le righe del racconto che si vuole, è inutile dirlo, esile, frantumato e leggero. “Mio padre il francese lo capisce appena”; e: “di filosofia non ne capisce molto”: quasi che le scelte di fondo di Michela Marzano, filosofa di grande seguito in Francia, siano state forme di fuga e scelte di autonomia rispetto all’ onnipotente papà; certo, una sfida. La sua scrittura non appartiene al genere del mécontemporain, praticato, in Francia, dagli scontenti del presente, gli “scontemporanei” vituperatori del mondo. La protagonista-farfalla esibisce i suoi successi – “non capita a tutti vincere il concorso alla Normale di Pisa”: anche se la tesi, cui si presenta a quota 35 chili, avrà come tema (ancora il problema della perfezione) l’ “essere e il dover essere”. Semmai il testo si apparenta al genere dell’ autofiction, tra biografia e racconto; e replica i brevi capitoli di Passione semplice di Annie Ernaux o di Incesto di Christine Angot, storie incandescenti narrate in termini oggettivi e spogli. Ma la Marzano sceglie di esprimere l’ area dei sentimenti con formule codificate, a volte dolcemente adolescenziali o datate, come le citazioni da cantilene, canzoni o poesie di scuola (Pascoli, Cocciante, Cyrano): tessuto linguistico infilzato a tratti, per inchiodare la farfalla, e poterla studiare, da un termine filosofico. L’ intento vigile è tradito dalle riprese dalla letteratura dell’ anoressia, la Nothomb (si sente “un imbuto attraversato dal cibo”), Isabelle Caro, la modella fotografata da Toscani, la prostituta Nelly Arcan, la “piccolina di papà” suicida dopo il successo di Putain. Scorrono a lampi le amichette, la tbc, la casa avita, le terapie di gruppo, le analisi, i concorsi, gli amori, le conferenze (quando la filosofa si inceppa e invece di dire peur, paura, dice père ). Un professore, da bambina, profittava di lei; perché il padre non se ne è accorto? Forse, nell’ anoressia, “non c’ è nulla da capire”; avvisava la Sontag di non interpretare la malattia come metafora. Certo però ha tutto di un “sintomo”. Certo “c’ è stato un non-amore”. Che cosa non ci viene detto? C’ è anche, bellissima, una ricetta, “per vivere veramente dovremmo smettere di voler riparare il passato”. Come abbiamo letto all’ inizio, “sono anni che ho smesso di cercar di cambiare mio padre”.

Articolo di Anna Stefi (Doppiozero, 20 settembre 2011)

Sono stata a Sarzana al Festival della Mente, prima, e a Milano, alla Feltrinelli di Piazza Duomo, poi, ad assistere alla presentazione del nuovo libro autobiografico di Michela Marzano, Volevo essere una farfalla (Strade Blu, Mondadori 2011).
La quantità di persone presenti e il profondo livello di coinvolgimento e partecipazione in entrambe le occasioni, mi hanno reso inevitabile una riflessione, soprattutto perché sono convinta che per dare ragione di una tale risposta emotiva non sia sufficiente chiamare in causa la storia narrata, certo toccante, drammatica e sfrontatamente sincera, ma sia necessario piuttosto guardare al bisogno sociale cui risponde una tale esposizione, interrogandosi sull’urgenza da cui tale racconto nasce, che non è quella del fare i conti con la propria vita, né soltanto quella del dover affrontare un tema delicato e importante quale l’anoressia.
Riflettere su questo significa anche interrogarsi sul ruolo che può avere oggi la scrittura autobiografica in relazione al problema identitario – non tanto della singola identità quanto del come ci poniamo rispetto ai meccanismi di costruzione ed esibizione del soggetto che intendiamo essere.
L’autrice ci mette a parte della propria faticosa storia, parlando dei meccanismi di controllo e ricerca di perfezione messi in campo, del difficile rapporto con il padre, del tentativo di suicidio; espone la propria fragilità e il proprio corpo spezzato; racconta della necessità di passare per il francese, e per anni di psicoanalisi in francese, per fare pace con l’italiano, lingua “paterna”; riporta con lucidità ilcome dei suoi amori e il come dei suoi successi.

Ma è il perché del racconto di questa storia che è quel che preme che non vada perduto: scrivere ad un certo punto, rivela lei stessa, “è diventata una necessità”. Necessità, aggiungo io, non catartica ma etica.

Mi pare allora che l’unico modo di parlare di questo sia abitare quello spazio che la filosofa apre e rivendica, sfidando insieme i tempi e il timore, naturale ora e non più distorto, di essere giudicata. Adottare questo sguardo non vuol dire provarsi in una grossolana analisi psicologica della donna che lei è, ed è stata, per esplorare l’universo femminile, portandola come esempio dei turbamenti di tutte le donne o, peggio, della donna che si è; e non vuol dire nemmeno promuovere e concedersi all’affetto – come spesso si accusa la scrittura femminile di fare – lasciando da parte le facoltà di giudizio, ma significa accettare il pensiero incarnato, accettare di mettere a tacere lo sguardo che si vorrebbe neutro, per parlare di un libro che è scritto da una donna che, prima come intellettuale e poi raccontando di sé, non ha fatto altro che ripetere, con forza, questo messaggio.

Mancava una storia al Sii bella e stai zitta (Strade Blu, Mondadori 2010), mancava qualche cosa che non già giustificasse ma desse forza a quel suo atto di resistenza, a quel suo denunciare l’assenza di modelli alternativi (“sono pochi e quando esistono, restano in ombra”). Mancava il racconto del suoevento, quello che restituisce il da dove noi ci interroghiamo sul come del mondo, come lei stessa ricorda citando Hannah Arendt. Che poi questo interrogarsi percorra le strade della logica o del pensiero filosofico, quelle del racconto o quelle del diario, ciò nulla toglie al ruolo che ha il punto d’origine della domanda.

Rivendicare e denunciare l’importanza di questo luogo, di questa inquietudine da cui siamo attraversati, è, io credo, il nodo centrale del libro, perché è da qui che proviene la possibilità di una differenza.

Non voglio sapere delle sofferenze di Michela Marzano per soddisfare il mio voyeurismo, né voglio sapere delle sue debolezze per quell’esigenza che tutti abbiamo, figlia dello stesso pensiero di cui l’anoressia è uno tra i sintomi, di riportare vicino a noi modelli idealizzati cui vogliamo tendere; ma voglio sapere che è possibile rivendicare, ed è qui la speranza del libro e il suo impegno etico, il ruolo che al corpo e alla propria storia spetta nel pensiero.

Il coraggio di Volevo essere una farfalla insomma non è soltanto nell’esposizione della propria fragilità, nella messa a nudo del sé, ma più ancora nel dire oggi che di tutto questo non solo si può ma si deve parlare, se si vuole fornire spazio e terreno fertile allo svilupparsi di una dimensione critica che consenta la decostruzione di immagini e discorsi che producono devianze pericolose, devianze che abbiamo davanti agli occhi e di cui la cultura ha il dovere di occuparsi.

Ora questa storia è arrivata, con tutto un carico di femminilità, se giochiamo ad accettare questo pensiero che ci divide in due, che quasi sorprende, in una filosofa che ha fatto della logica la sua forza (e la sua gabbia).

Il libro parla dell’anoressia, di come la malattia, così scrive, le abbia insegnato a vivere. Il libro in verità rivela che l’anoressia non sia che uno tra i sintomi di un pensiero che pretende il controllo totale, che fa dell’essere all’altezza il motore di un’esistenza, e che dimentica che da qualche parte lo spazio per la gioia deve essere conquistato. Sono pagine faticose, faticose per il dolore che contengono e faticose perché nel come del racconto e nel cosa del racconto sono esibiti i limiti della razionalità: la scrittura abbandona l’ordine cronologico e segue urgenze, il ragionamento si incaglia ed è chiaro che non vi è soluzione. Si palesa come scienza e coscienza non abbiano potuto nulla, come gli strumenti di analisi a disposizione non siano stati sufficienti per vincere l’ostinazione di un pensiero totalizzante, e piuttosto abbiano contribuito a rendere tenace e resistente il pensiero stesso (partendo da premesse sbagliate, la logica non può che condurre a luoghi non abitabili).

Non si può non venire colpiti dalla quantità di donne visibilmente scosse nell’ascoltare quella voce squillante e forte raccontare di una vita che, nonostante tutto, nonostante l’amore trovato, nonostante il posto guadagnato, non le fa dire che ne sia valsa la pena, e non si può non rimanere colpiti dai silenzi troppo lunghi che precedono la lettura di alcuni passi, silenzi che contengono moti del corpo cui, finalmente, è dato lo spazio per esistere. Si guarda una donna, che si è conosciuta spezzata tra le pagine, raccontare i propri coni d’ombra, non solo come invito a fare altrettanto e perdonarsi, ma anche come invito a prendere coscienza del quanto sia mostruosa l’uniformità prodotta da questo pensiero che chiede di conformarsi a un ideale.

Con sintomi diversi, più o meno contenuti, più o meno visibili, quest’incapacità di accettare le debolezze e questo non voler altro che essere oggetto del desiderio costruendo non già momenti di seduzione ma identità seducenti (sospendendo con ciò il corpo: come dice Baudrillard la seduzionepassa attraverso l’attrattiva del sesso, la trascende), è qualcosa che ci riguarda se centinaia di donne piangono perché delle parole stanno raccontando una storia che guarda caso è proprio la loro storia. Bisogna riflettere e inorridire: perché oggi si è disposti ad abdicare alla propria singolarità – e viene da chiedere: c’è dell’altro? – in nome di un riconoscimento che non ha nulla di quel riconoscimento insito nell’amore di cui la filosofa parla nel libro? Rispondere a un dover essere che non ci faccia trovare mai impreparati a una forma di giudizio non è poi troppo diverso dal desiderare quella bellezza senza storia – e oserei dire senza corpo – che vediamo appiccicata ad ogni muro di ogni città e replicata in forma approssimata e maldestra, ma maledettamente riconoscibile, in ogni classe del liceo.

Un sospetto, tuttavia, mi ha attraversato: sarà potente questo libro per chi, abitato completamente dal pensiero ossessivo del raggiungere l’altezza del proprio ideale, non potrà non constatare il luogo da cui provengono queste parole? Saprà credere alla possibilità di una via di uscita, a che a un certo punto davvero si impara a chiedersi di essere felici, o leggerà queste parole semplicemente come il risultato dello sguardo guadagnato da chi, per la posizione affettiva e lavorativa raggiunta, ha fatto pace con il proprio sentimento di inadeguatezza? Io non so rispondere a questa domanda che in fondo mi turba, ma qualunque sia la risposta – se mai ci possa essere – credo che ci fosse bisogno di queste pagine, e credo che la strada per raggiungere una nuova prospettiva, per riscattare la gioia e arginare i disastri prodotti dal delirio di onnipotenza celato sotto il termine disgustoso di “vincente”, passi necessariamente da qui, da storie individuali.

Le Storie – Michela Marzano

Articolo di Maurizio Tiriticco du Education 2.0

Di ritorno da Milano, passo alla stazione da Feltrinelli e, invece di curiosare tra la saggistica psicopedagogica, sociale, politica, vado alla sezione narrativa e novità e mi colpiscono questo titolo, “Volevo essere una farfalla”, e l’autrice, Michela Marzano, una filosofa ex normalista, docente a Paris Descartes, autrice di saggi di filosofia, morale, sociopolitica, quindi non una scrittrice a tutto tondo.

E sono stato premiato! Tre ore di viaggio, tre ore di lettura intensa, appassionante, interessata e veloce, più di 200 pagine! Era tempo – non lo ricordo veramente – che non leggevo un romanzo con tanto interesse! Ma il libro che ho acquistato, più per impulso che per scelta ragionata, in effetti non è un romanzo! Non è un’autobiografia, non sono memorie, non è una ricerca sociologica, non è un saggio, non è uno scritto di autoanalisi… eppure è tutte queste cose insieme, una chiave narrativa assolutamente originale e nel contempo assolutamente avvincente! Sono tessere di un mosaico, ricordi, presenze, amori, fallimenti, tentativo di suicidio, anoressia!

Però. il “come l’anoressia mi ha insegnato a vivere”, che compare in copertina, non giustifica affatto il libro né ne costituisce l’hard core! Non è un libro sull’anoressia, questa è solo l’aspetto esteriore di un male profondo che è di una bambina, di una ragazza, che vuole solo vivere, comprendere, gioire e crescere in una situazione in cui un padre, severo docente universitario, e una madre amorevole non sono affatto la ragione scatenante di ciò che la affligge. È la fatica di vivere, o meglio la fatica di voler capire tutto, afferrare tutto – cosa impossibile – che aggredisce e attanaglia la piccola Michela, il conflitto tra un dover essere atteso e perseguito con ostinazione – e non tanto per volere del padre – e un essere fragile, indifeso, forse insufficientemente protetto da un calore famigliare, che in effetti non le manca.

Di qui si snoda tutta la sua vita che non è un racconto lineare e puntuale, cronologicamente condotto: si tratta di una serie di flash – ed è per questo che il libro va letto tutto d’un fiato – come “confessioni” rese sul lettino dell’analista, che si susseguono come in una serie di foto e di videoclip, sostenute e “commentate” da spunti di analisi sempre puntuali e sottili. Quando sei sul lettino dell’analista, non parli per lui, che ti è alle spalle, parli per te, come “ti viene in mente”, fai e disfai, al di là delle coordinate spaziotemporali che scandiscono, invece, la cosiddetta vita normale di ogni giorno. Spaziare su quarant’anni di vita – tanti ne ha l’autrice – ma non in sequenza, non è facile, può confondere il lettore, eppure non è così! Michela costruisce la sua storia con criteri atemporali – si può dire così – perché non è lo scorrere del tempo che caratterizza il suo crescere e maturarsi! È come se la variabile essere, il dipanarsi dell’essere, ammortizzasse la variabile tempo: è l’inquietudine costante e insoddisfatta di Michela bambina, giovinetta, adulta, studentessa, professore, filosofo, che tesse il filo della narrazione, una sorta di diario che, però, non afferisce al susseguirsi dei giorni, ma è scandito per dolori e gioie, pensieri di morte e inni alla vita. Uno strano lust zu fabulieren: insomma, più che un piacere di narrare, una necessità di narrare!

Si tratta di 62 capitoletti, di 3 o 4 pagine ciascuno… e ciascuno ha la sua autonomia. Piccoli medaglioni, direi! E allora sono divagazioni? No! Ricordi? No! Commenti? No! Eppure sono tutte queste cose insieme… la sua vita, le sue gioie, i suoi dolori, i suoi studi, i suoi amori, i suoi interessi, la sua caparbietà nel conoscere e amare ogni cosa che fa con un’onestà profonda, sostenuta da curiosità, voglia di capire, di mettere ordine, di scazzi furenti a volte, e di grandi empiti di felicità: l’euforia e la depressione, la tipica polarità delle persone “interessanti”, gioiose tanto, ma anche tanto sofferenti!

Ma è la sua vita stessa che è un insieme di cammei, non c’è un inizio, non c’è una fine, soprattutto non c’è un fine… Ciò che conta e vive da bambina ha la stessa forza di ciò che sente da studentessa, da normalista, da docente universitaria, da ricercatrice, da filosofa…

Non è un romanzo perché non c’è una storia, un inizio, una fine, un fine, non c’è neanche una narrazione distesa, ma una serie infinita di eventi e di riflessioni: una sorta di Ulisse/Bloom, ma non degli anni Venti, bensì dell’età contemporanea, riscritto e riscoperto con la sola differenza che si tratta di un Ulisse donna, con il suo mondo interiore e i suoi travagli che non so quanto un Joyce sarebbe oggi capace di capire e di descrivere. Il richiamo che Michela fa a Nelly Arcan, la… putain suicida a soli 34 anni, dà il senso di questa riscrittura: il campione di Joyce non si suicida, il suo travaglio è tutto intellettuale, altra cosa rispetto a quello lancinante di una donna, di un mondo al femminile di oggi, tuttora alla ricerca di un posto in una società forse ancora immatura per capirla e accoglierla. Michela ci ricorda che dopo “Putain” Nelly aveva scritto “Folle”, pazza: la paura di una donna – ma femmina o maschio è indifferente – non tanto di essere abbandonata, quanto di non essere, forse perché si è, se si è in due! E la disperazione assoluta ricordata in quarta di copertina dall’editore francese divenne una buona ricetta per vendere! E Michela sottolinea il cinismo di una società che strumentalizza tutto, anche la disperazione e la morte!

“Imparare a vivere significa accettare l’attesa, la sospensione, l’incertezza. Integrare lentamente l’idea che, nonostante tutto, il vuoto che ci portiamo dentro non potrà mai essere del tutto colmato. Che ci sarà sempre qualcosa che ci manca. E che è proprio questa assenza che caratterizza il nostro rapporto con il tempo, con lo spazio, con l’amore… E che gli altri non sono ‘cattivi’ se non sono sempre lì, pronti a intervenire, pronti a fare qualcosa perché il vuoto faccia meno male” (p. 104): una delle tante perle di saggezza con cui Michela ama chiosare le pagine del suo libro! Da non perdere!

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